Filelfo.
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L'assemblea degli animali.
Una favola selvaggia.
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2020 Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Piena di meravigliose invenzioni, L'assemblea degli animali  una favola che racconta la storia pi urgente del nostro tempo.
Il libro che i ragazzi leggeranno agli adulti e che gli adulti leggeranno ai bambini.
Un corvo sta volando nel cielo,  in ritardo a un appuntamento importantissimo. Deve raggiungere un luogo segreto che gli animali conoscono dal giorno in cui vengono al mondo; una volta lo conoscevano anche gli umani, ma lo hanno dimenticato.
Ci sono tutti, il leone, la balena, l'aquila, il topo... Anche un cane e una gatta. Sono riuniti in un'assemblea perch l'emergenza ecologica non pu pi essere ignorata, bisogna salvare la Terra dall'uomo. Per farlo, dopo lunghe discussioni, decidono di inviare un terribile avvertimento: un'epidemia. Ma presto scopriranno che, per salvare la Terra dall'uomo, dovranno prima salvare l'uomo da un male molto pi antico.
Narrato dal punto di vista e con la voce degli animali, nella tradizione degli apologhi morali, delle allegorie delle btes savantes e dei classici della letteratura antica e moderna, L'assemblea degli animali ha l'appassionante semplicit di una fiaba contemporanea.
Ma Filelfo a volte usa parole non sue e nasconde tra le righe citazioni letterarie, da Omero a Shakespeare. Sono elencate
alla fine, ma tu, lettore, puoi giocare a scoprirle come sassolini nel bosco per ritrovare il sentiero. Perch chi ha dimenticato la propria cultura rischia di dimenticare la natura.
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Cantami o musa. No, cantami o muso, di cane, gatto o cavallo, tigre, orso o scimmia, asino, mucca o cammello, l'ira funesta della Terra contro l'uomo. Chi sono io? Chiamatemi Filelfo. Si pu credermi? Non ha importanza. Non dico nulla di mio. Ripeto, come nei tempi ai quali con umilt mi ispiro, parole altrui.
Dettate non dalle muse, ma da una progenie altrettanto antica: gli animali. Sono stati loro, abitanti delle foreste, del  cielo e dei mari, a parlarmi della natura, dell'anima del mondo, dell'arca che l'uomo ha dentro di s. Di come ritrovarla.  una storia vera?  un racconto morale, un mito, una fiaba? Giudicate voi. Al nessuno che sono, nell'Anno del Topo, le bestie
hanno affidato un messaggio: semi e raccolti, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno, ma solo finch dura la Terra.
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L'AUTORE.
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FILELFO  nato in Grecia da una famiglia di origine italiana. Risale a suo nonno, piemontese, l'affiliazione alla Partecipanza dei Filelfi, antica corporazione di mestieri.
Dalla madre impara fin dall'infanzia il greco classico; dal padre le tecniche di produzione e lavorazione artigianale del mastice. Per alcuni anni si trasferisce con la famiglia in Madagascar, poi approda a Roma e l frequenta il liceo classico.
Si mantiene agli studi in una piccola citt universitaria di provincia lavorando come correttore di bozze, traduttore e redattore di enciclopedie. Oggi vive e insegna nell'Agro Romano.
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L'assemblea degli animali. Una favola selvaggia.
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Indice.
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Parte prima.
1. L'adunata degli animali.
2. L'assemblea degli animali.
3. Il testimone.
4. La strategia del topo.
5. Predic l'aquila, rugg il leone.
6. Il dilemma del cane.
7. Cos cant la balena.
8. Che fare?
9. Il ritorno del corvo.
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Parte seconda.
1. Gli alleati dell'uomo.
2. La grande quarantena.
3. Ne moriranno migliaia.
4. Aprile, il pi crudele.
5. Madri.
6. Era di maggio.
7. Fiutare la morte.
8. E-stin-zio-ne.
9. Metamorfosi.
10. I giusti.
11. Marmi.
12. La voce delle stelle.
Fonti e commenti bibliografici.
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Fine Indice.
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L'assemblea degli animali.
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Questo libro  dedicato ad Ash, il primo koala nato dopo il Grande Incendio australiano, il 26 maggio 2020, dalle ceneri di milioni di animali.
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PARTE PRIMA.
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Capitolo 1. L'adunata degli animali.
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Ultimo viene il corvo: cos aveva scritto quell'italiano in un suo libro. E lui, il corvo, ultimo stava arrivando alla grande assemblea degli animali. Era in ritardo e non riusciva a perdonarselo. Non capita spesso, nella vita di un uccello, di  assistere a un simile evento. L'ultimo dei suoi antenati che aveva partecipato a una grande assemblea lo si ricordava molte generazioni prima, quando ancora il cielo non era attraversato dai grandi uccelli meccanici creati dall'uomo e le luci delle citt non abbagliavano le notti rendendo difficile orientarsi con le stelle.
Un tempo gli uomini si servivano dei corvi per interpretare i presagi e osservavano le traiettorie dei loro voli per orientare le proprie azioni. Credevano ancora che ci che sta in alto sta anche in basso e ci che sta in basso  come ci che sta in alto. E che tutte le cose sono una cosa sola, che si pu chiamare natura.
Ma ora gli uomini non guardavano pi il cielo.
Avevano alzato sul mondo una nebbia di polveri e fumi e cattivi odori che coprivano il soffio della primavera in arrivo, come gi all'equinozio d'autunno i primi refoli dei venti invernali, confondendo tanti uccelli migratori, facendo saltare  programmi, ritardando arrivi e partenze e trasformando le rotte verso sud in uno di quei grovigli di autostrade intasate che gli uomini usavano per spostarsi freneticamente da un posto all'altro senza che il corvo riuscisse a capire le ragioni nascoste di quel vano e continuo fuggire da se stessi.
Affannato e preoccupato per il ritardo, il corvo cercava di volare pi velocemente possibile per raggiungere il luogo dell'appuntamento, quel luogo segreto, lo stesso da milioni di anni, che tutti gli animali conoscono perch lo imparano quando vengono al mondo. Tutti, nessuno escluso, sanno con certezza due cose: il segreto della vita (ma di questo non  possibile fare parola qui) e dove si trova il luogo nascosto della grande assemblea degli animali per essere pronti nel caso sia convocata.
Si dice che anche gli uomini un tempo conoscessero entrambe le cose e che anzi proprio a loro fosse stato concesso di custodire il mondo e proteggere il suo equilibrio. Ma poi si sa come and a finire e il corvo, gi abbastanza in ansia per il ritardo, non voleva ricordare quella storia che tutti gli animali si tramandano, la storia della caduta e del grande esodo.
Sotto di lui il mare canuto si increspava, prossimo alla riva, nelle creste di spuma delle sue piccole onde e in quelle sollevate dagli ultimi delfini che si attardavano a scherzare, e poi l'acqua facendosi pi trasparente mostr le specie multicolori dei pesci e sulla mezzaluna di sabbia bianca arrampicarsi veloci le delegazioni dei granchi. Pi lentamente, ma con ponderato anticipo, alcune tartarughe si avviavano all'interno lasciando sulla sabbia le enormi scie dei loro carapaci.
Sull'anfiteatro di scogli si erano gi disposte le stirpi delle foche, a debita distanza dai cugini trichechi, che con aria
di importanza si nettavano i baffi dopo il viaggio.
I pinguini estenuati dal caldo nelle loro pesanti livree stavano muti, allineati come paracarri in una geometria che contrastava con le linee scomposte dei gabbiani appollaiati poco pi in l, che mai riuscivano a trattenersi dal loro vociare, nemmeno alla vigilia di un appuntamento cos importante.
Il corvo sorvol la spiaggia e gli scogli cabrando lungo la parete scoscesa del monte. Vide arrampicarsi le delegazioni in arrivo da ogni parte della terra. Saltavano veloci i camosci dorati, salendo accanto alle capre, le renne si affiancavano ai muli, le gazzelle e le antilopi, come di solito non accade, andavano gentilmente al passo di cammelli, pecore, mucche, rinoceronti e maiali. E poi conigli e lepri, castori e scoiattoli, e pi lenti gli istrici vestiti delle loro faretre di bronzo e le iguane dallo scudo di smeraldo e d'ambra.
Per quanto abituato fosse lo sguardo del corvo alla brulicante molteplicit del regno vivente, mai aveva visto, nella sua esperienza, una cos grande e variegata moltitudine di animali, n un tale ordine.
Del resto la legge di natura, in occasione delle grandi assemblee,  sospesa: n predatori n prede, n forti n deboli, n grandi n piccoli, cos  stato stabilito dal principio, cos accadde ai tempi dell'arca. E cos, sta scritto, avverr alla fine dei tempi: il lupo dimorer con l'agnello, la pantera si distender accanto al capretto; il vitello e il leoncello
pascoleranno fianco a fianco e un fanciullo li guider. La vacca e l'orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciber di fieno, come il bue. Il lattante si trastuller sulla buca dell'aspide; il bambino metter la mano nel covo di serpenti velenosi.
L'occhio del corvo non smetteva di scrutare.
Nell'erba della boscaglia i serpenti dalle squame screziate strisciavano benevoli, senza insidie, al ritmo delle colorate e svagate colonne dei bruchi e dei lombrichi che le pesanti zampe dei cinghiali cercavano meticolosamente di non schiacciare.
Il grande popolo dei topi montava come una marea grigia, impercettibile come sempre, salvo il fruscio di code sottili tra gli sterpi. Con cieco zelo le talpe aravano i fianchi della montagna, lasciandosi dietro piccole trincee di terra smossa. Tra i rami degli alberi saltavano rumorose le famiglie delle scimmie facendo a gara con quelle dei gatti silenziosi, lasciando indietro qualche incurante bradipo sotto l'occhio socchiuso dei camaleonti. Stormi di allodole, pettirossi, passeri, scriccioli, rondini in formazione volavano bassi, attorniati dal ronzio vibrante dei colibr che si mescolavano ai bengalini,
ai parrocchetti e a tutto l'arcobaleno degli uccelli tropicali che ascendevano dalle pendici del monte come scintille che si levano da un fal in una foresta.
Molto pi in alto di loro, invisibili a ogni sguardo che non sia di uccello, i rapaci imperiali,il falco, l'aquila, lo sparviero, volavano in ricognizione disegnando intorno alla vetta uno scudo invisibile.
Gi in postazione, tra i nodi dei tronchi, il popolo delle civette, degli allocchi, dei gufi spalancava lo sguardo ai nuovi arrivi. Quando il corvo fu giunto quasi in cima, gli si mostr palpitante, intorno agli alberi e ai cespugli fioriti, la fantasmagoria delle farfalle, dei sacri scarabei dalla corazza iridescente, delle libellule immobili nell'aria, delle infinite e tremule legioni degli insetti.
Era quasi arrivato. Poteva scorgere i seggi pi alti dell'assemblea, gli scranni di roccia riservati alle grandi fiere, alle tigri regine della simmetria, ai leoni, re per diritto di nascita, al divino elefante, all'orso, sovrano in esilio, al nobile cavallo dalla criniera ritta nel vento delle cime. Disposti intorno, in cerchi quasi concentrici, distribuiti tra alberi e anfratti della foresta, stavano i rappresentanti delle savane, delle giungle, dei deserti, delle brughiere e delle tundre, degli atolli sconosciuti, delle nevi perenni delle montagne. Incroci lo sguardo altezzoso delle giraffe, percep la timidezza dei cervi, la violenza contenuta dei tori, la fatua eccentricit delle zebre, il ghigno sottile della volpe, la risata folle della iena, il richiamo buio del lupo. Al centro dell'emiciclo, a fare da specchio agli immensi fusti secolari, l'acqua grigia, metallica del lago rimbombava della giaculatoria delle rane: Brekekekex koax koax, e si increspava del guizzo muto dei salmoni arcuati, zampillando sul grande muso dell'ippopotamo e scomponendo le sagome coriacee dei coccodrilli, semisommerse come tronchi abbandonati.
Avrebbe voluto guardare ancora, ma non c'era pi tempo. Allarg le ali nere e plan pi a valle.
Scrut i seggi rimasti. Nel folto di una quercia trov il suo posto accanto alla colomba. Non stringeva nel becco il ramoscello di ulivo. Stavolta non era venuta a parlare di pace, ma, come tutti, di guerra.
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Capitolo 2. L'assemblea degli animali.
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- Chicchirich! - squill assordante il gallo dalla
cima del baobab nano. - Ordine! ordine! - url
furibondo il tricheco dallo scoglio gi in basso. Il
frinire, il nitrire, il grugnire, il chiocciare, il gracchiare,
il ragliare, l'ululare, il belare, il ruggire, il
muggire, il barrire, il bramire, lo squittire, l'uggiolare,
il pigolare, il tubare, l'abbaiare, il gracidare, il
cinguettare, lo starnazzare, il sibilare, il miagolare,
il ringhiare, il ronzare si acquietarono di colpo. Si
abbatt sul monte il silenzio che solo gli animali
in certe circostanze sanno fare, appena prima di
un terremoto, di un maremoto, dell'eruzione di un
vulcano, di un'eclissi di sole o di un altro di quei
grandi eventi. Fu dopo qualche secondo, in cui
l'udito di tutti fu teso al frusciare delle foglie nel
vento, che il giaguaro parl. - Amici, animali, cittadini
del mondo, fratelli di saggezza, pari di questo
consiglio, sapete tutti perch siamo qui. Gi altre
volte nel passato noi, padroni della terra, su di pi
antichi e pi sapienti abitatori, ci siamo riuniti per
discutere come affrontare la minaccia del suo pi
giovane e intemperante colono, l'uomo.
- Eccome, - urlarono le scimmie. - Ve l'abbiamo
sempre detto che non discende da noi. - Zitte! -
ragli l'asino. - L'uomo sa bene, anche se non lo
ammette, che  una delle nostre metamorfosi e che
solo con i nostri zoccoli pu imboccare i sentieri
della luna, solo con le nostre orecchie udire il richiamo
della legge morale. - Zitto tu, superstizioso
bigotto, servo sciocco di due padroni, - intervenne
l'ibis alzando il collo sopra la schiera compatta
dei paperi che si stavano spiumando concentrati.
- L'unica legge morale dell'uomo dovrebbe essere
quella della natura, ma non mi sembra che agli asini
sia riconosciuta questa gran sapienza per averglielo,
come sostieni, ricordato -. Uno stridio di
struzzi e pavoni, gru e fenicotteri segu beffardo
le parole dell'ibis, mentre un battito ritmato di
becchi e zoccoli, zampe e zanne, code e pinne faceva
da claque.
Il giaguaro accovacciato alz la destra, come si
vede nei disegni dei Maya, e rugg ottenendo silenzio.
- L'uomo, dicevo,  stato causa di molte
catastrofi per la terra. Ma questa, - e digrign le
zanne, - questa con cui ha voluto salutare la vigilia
dell'Anno del Topo ci riporta ai racconti degli avi
che videro coi loro occhi glaciazioni, diluvi universali,
estinzioni di massa come quella della grande
stirpe dei sauri, dei sacri draghi, di cui solo pochi,
sprofondati nelle acque dei laghi o negli abissi del
mare, sono rimasti in vita -. I cobra drizzarono la
testa e dalle nervature del collo alzarono il cappuccio
come monaci in preghiera, i serpenti a sonagli
scossero i loro sistri funebri, due lucertole guizzarono
fuori dalle cripte in cui l'esiguit dei loro corpi
le aveva costrette, a differenza dei potenti antenati;
un'iguana fece balenare la lingua rossa che un
tempo era di fuoco, e la radura fu tutta screziata da
uno scintillio di ocra e smeraldo, ebano e turchese,
come doveva essere il mondo quando era giovane
e i rettili ne erano i custodi.
- Un olocausto, - riprese il giaguaro. - Un miliardo
di fratelli sterminati dall'uomo per futili
motivi e senza alcun segno di pentimento, arsi vivi
tra le fiamme di un immenso rogo, di un insensato
sacrificio di massa, - scand. - Un miliardo di
compagni inceneriti, di cadaveri ammucchiati nelle
lande di quell'emisfero australe che ci era stato lasciato
ancora in feudo, pianure e deserti e foreste
dove animali e umani sembrava potessero ancora
convivere. Perci siamo qui riuniti, e vi ringrazio
di avere tutti aderito, da ogni parte del mondo, a
questa convocazione d'urgenza -. Nel mormorio
che segu le parole del giaguaro gli occhi di tutti
gli animali si volsero alla delegazione marsupiale,
che sedeva tacita e composta nei banchi riservati
ai testimoni, i cuccioli di canguro rannicchiati in
grembo alle madri, circondate dai rappresentanti
di quelle altre famiglie di grandi e piccoli mammiferi,
rettili e uccelli del bush che nel grande olocausto
australiano avevano visto perire innumerevoli
amici innocenti. Nessuno di loro parl: non
era ancora il momento.
Il giaguaro riprese: - Nonostante le frequenti
e gravi ragioni di allarme da molti di voi segnalate
negli ultimi secoli, finora siamo rimasti a guardare.
Per troppo tempo abbiamo visto i nostri fratelli
pesci soffocare nella plastica e nel petrolio -.
Un delfino sottoscrisse facendo una capriola oltre
gli scogli e avvitandosi in pi salti tra la schiuma.
- Per troppo tempo non abbiamo ascoltato il grido
d'aiuto dei nostri amici scacciati dalle foreste, che
l'uomo abbatte pensando che siano infinite. Per
troppo tempo abbiamo abbandonato i nostri compagni
pi indifesi alla schiavit negli allevamenti
intensivi, nei campi di concentramento dei mattatoi,
nei carri bestiame dove  meglio morire che arrivare
alla fine del viaggio, nei wet market dove si
viene scelti, condannati e giustiziati con un unico
gesto incurante, nelle gabbie degli zoo dove i felini
in cattivit sono pi numerosi di quelli liberi nelle
terre selvagge, nelle celle dei laboratori dove si viene
sottoposti agli esperimenti pi atroci.
- Bravo! Bravo! - squitt commossa la delegazione
delle cavie, allineata sul bordo del lago. - E che
dire della loro ruota della morte, - esclam il criceto,
trovando tra le file dei canarini un'inaspettata
solidariet. - Non parlate di morte a noi, - starnazz
un'oca del gruppo di Strasburgo, - che moriamo
sempre col fegato ingrossato e, vi assicuro, di pessimo
umore -. Si lev un acuto belato di protesta
sul lato sinistro del gregge delle pecore, riservato
agli agnellini: - Siamo la delegazione pi giovane,
ma tra le pi antiche a soffrire. Da quando l'uomo
decise che tra tanti animali si dovesse sacrificare
proprio noi, i pi innocenti, i pi teneri, i pi candidi,
noi che quando piangiamo siamo cos simili ai
bambini Si gonfi di orgoglio, dal suo improvvisato
trogolo di fanghiglia, il capogruppo dei maiali:
- E perch, nei riti pi antichi non erano i nostri
cuccioli a morire sgozzati, sostituiti ai neonati
dell'uomo, piccoli, rosei, lisci come loro? Lo sapete
cosa si dice tra gli uomini? Che di noi non si butta
niente! Siamo i pi sfruttati, allevati, divorati.
- Ma almeno in met del mondo non vi mangiano, -
sottoline il montone, abitatore dei deserti. - A
cosa serve essere il compagno del pastore errante
nell'Asia? Non ti salva dall'essere arrostito e infilzato
a pezzi in uno spiedo da kebab -. Un muggito
potente fu a quel punto emesso dal grande stuolo
delle mucche occidentali, che nella regalit olimpica
dei loro occhi avevano tante sorelle imprigionate,
messe all'ingrasso e infine, per tutta ricompensa,
macellate e trasformate in bistecche.
Il baccano era ormai, come suol dirsi, bestiale.
Conigli, anatre e tacchini si davano sulla voce sciorinando
le ricette delle ricorrenze pi importanti
in occasione delle quali venivano cucinati, lasciando
cadere parole del gergo umano come ripieno,
all'arancia e salm, per essere interrotti da una
spettacolare emersione di vegliarde aragoste, che
alzando le chele arancioni contro l'orizzonte turchese
ricordarono a tutti in che maniera finivano
in pentola. Fu l che dalle acque trasparenti della
baia affior la flottiglia dei tonni e a nome di tutto
il popolo del mare, molluschi compresi, cominci
a sgranare il suo rosario di penitenze e mattanze,
mentre la spigola e perfino la medusa dei mari
orientali si contorcevano in segno di indignazione.
- Sushi, - bisbigli traducendo il panda al grizzly
che gli sedeva accanto. Cos, tra le grida della selvaggina
di cielo e di bosco, il tumulto bovino, suino
ed equino, lo scomposto vociare ovino, montava
l'indignazione generale.
- Ordine! Ordine! - torn a urlare il tricheco,
facendo echeggiare il suo grido su per il dorso della
montagna e faticando a tenere a bada le foche sue
cugine, che guidavano la protesta congiunta delle
lontre, dei castori e dei pi aristocratici animali
da pelliccia - gli ermellini, i visoni, gli zibellini -
scaglionati lungo la parete boscosa di roccia. Anche
le grandi fiere - il leopardo, la tigre - si erano
innervosite pensando a quanti loro simili erano
diventati cappotti, se non addirittura scendiletti.
Il cervo bramiva ricordando gli usi umilianti delle
sue corna, appese alle pareti, intrecciate in mobili,
divenute volgare simbolo nei gesti dell'uomo.
L'elefante barriva l'avorio delle sue zanne, la tartaruga
piangeva le scaglie del suo carapace, nessuno
ascoltava pi nessuno. E fu allora che roteando
in lenti cerchi concentrici, quasi invisibili, da una
radura di fiori di timo, inudibile in quel frastuono
nel suo tenue ronzio, atterr sulla testa del giaguaro
l'ape regina.
Il popolo degli insetti tacque in segno di venerazione,
subito seguito da quello degli uccelli. Anche
il cormorano, che insieme all'albatro stava rimuginando
tristi memorie di viaggi per mare e chiazze
di petrolio, si volt di scatto e fiss gli occhi in
quelli neri e ipnotici della minuscola sovrana. Il
grande orso bruno avanz tra la folla, che gli fece
largo, mentre il silenzio pian piano tornava ad avvolgere
il monte e la baia. Come tutti sanno, l'orso
 un gentiluomo puntiglioso all'estremo, che non
cede di un passo dal suo cammino, nemmeno dinanzi
a un principe; anzi la cosa pi saggia per chi
lo incontra  voltare strada e prendere un'altra direzione,
perch se si accorge che qualcuno gli fissa
gli occhi addosso lo considera un affronto ed 
pronto a lasciare tutte le altre sue faccende per ottenere
cavalleresca soddisfazione.  questa la prima
delle sue qualit. L'altra  che, oltraggiato una
volta, non ve la perdona mai pi, non vi lascia pi
n notte n giorno, vi tallona finch vi abbia raggiunto
e si sia vendicato.
Ma in questo caso si inginocchi davanti alla
regina, in segno di eterna gratitudine per il miele,
che addolciva la sua vita e lo rimetteva in forze appena
usciva dal letargo, magro, stanco e affamato,
facendolo risorgere al ritmo della natura, di cui il
popolo della sovrana assicurava gli eterni legami,
nel suo continuo traffico di pollini. - Signora dei
fiori e del lavoro, amica della natura, messaggera
d'amore, tu che nella tua saggezza organizzi, tra
le stanze dorate dei tuoi alveari, il rinnovarsi della
terra, - l'orso chin il capo, non era abituato ai
discorsi, e tagli corto: - Metti ordine tu, ti prego,
nell'assemblea. Parla, nessuno ti interromper, -
aggiunse guardandosi minaccioso intorno.
Il giaguaro si inchin a sua volta e accett con
fierezza che il velluto maculato del suo capo facesse
da trono all'ape regina. La quale disse: - Ho
difeso pi volte la mano dell'uomo, perch la conosco.
Conosco la sua intelligenza e la sua rabbia.
Conosco il suo cuore e la sua paura. Anche la sua
sofferenza. Il popolo delle api, - sussurr soavemente,
increspando le ali, -  tra i pochi ad avere
raggiunto un accordo con quella giovane specie. Le
abbiamo insegnato la pazienza e i movimenti lenti,
la convivenza sociale, le abbiamo fatto capire che
nessuna impresa pu essere portata a termine da
soli. Abbiamo alleviato le sue malattie e addolcito
le sue giornate. Anche se non, - sorrise con irresistibile
fascino, - quanto quelle del gentiluomo
che mi ha voluto introdurre, - e guard l'orso,
che arross come solo gli orsi sanno fare. - Siamo
state generose del nostro tempo e delle nostre
arti, perch speravamo che l'uomo imparasse che
c' una parentela tra la terra e il cielo, la psiche e
la carne, il corpo e lo spirito, e questo universo si
regge sui loro legami. Che la natura  un unico sistema
fatto di infinite e meticolose connessioni,
e il mondo ha un'unica anima, fatta di tutto ci
di cui noi, come dice il nostro nome, animali, siamo
specchio. Che la sopravvivenza  di tutti, o di
nessuno. Che il ciclo della vita, la legge di natura,
sono crudeli ma non stupidi. Si distrugge solo per
creare, e ci che  creato verr distrutto, e cos
all'infinito. Lo sappiamo bene noi bestie, che incessantemente
mangiamo e siamo mangiate, inseguiamo
o fuggiamo, cacciamo o ci nascondiamo,
dall'inizio dei tempi. Ma proprio per questo, come
bene ha scritto un amico poeta inglese, eseguiamo
i precetti della natura con prontezza e abilit, senza
mai cedere alla cattiva condotta, salvo di tanto
in tanto, per caso. Siamo dotate di buone maniere
dalla nascita, non sgomitiamo per farci strada.
Non supplichiamo, non chiediamo piet, non ci
diamo per vinte. Non mostriamo segno di sapere
che siamo condannate, anche se lo sappiamo benissimo.
Ma viviamo tenendoci lontane dalle illusioni
come dal mare aperto. Dicono gli uomini che sia
l'istinto a guidarci, mai io lo chiamerei senso comune -.
L'ape regina fece una pausa assaporando
l'effetto delle sue parole. - Quale senso comune,
amici, vediamo oggi nell'uomo? Quale? - e gonfi
le ali facendole vibrare: - Quale? - ronz pi
forte alzandosi di qualche centimetro in volo dalla
testa del giaguaro.
- Quale? - risposero in coro muggiti, ruggiti,
bramiti, ululati, guaiti. Un'unica onda sonora percorse
il monte, la foresta, il mare. Fu allora che gli
sguardi di tutti si posarono sull'ospite d'onore. Fu
invitato a parlare il koala.
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Capitolo 3. Il testimone.
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Una zaffata di eucalipto invase l'aria, mentre
il koala avanzava lentamente dal banco dei testimoni
al seggio pi alto dell'assemblea. Era tra gli
animali, il koala, il pi timido e riservato. Anche
il pi indifferente alle classificazioni degli uomini:
ungulato senza essere feroce, marsupiale senza
sentirne il bisogno, di buon carattere ma solitario,
mansueto ma non addomesticabile. Le forti
emozioni non erano mai rientrate nel suo ideale
di vita. Tutto quello che chiedeva alla natura era
una quantit sufficiente di foglie di eucalipto - le
stesse che certi umani arrotolano e fumano per rilassarsi
- e un discreto numero di ore di sonno indisturbato.
Ma adesso il koala era turbato. Lo si
sarebbe anzi potuto dire in stato di choc. Non dormiva
dai giorni del grande incendio: non ne erano
passati molti, ma abbastanza, sommati alla fatica
del viaggio, per trasformare un animale sereno,
pacifico ed equilibrato in un reduce invecchiato
di colpo, deperito, tremebondo e con lo sguardo di
chi  appena tornato dall'oltretomba. Gli faceva
da scorta un gruppo composito di quoll, vombati e
opossum pigmei adolescenti, che lo trattavano come
un nonno adottivo. Il koala si sedette a fatica,
imitato dal suo seguito, e fece una lunga pausa per
riprendere fiato, sventolandosi con un rametto di
eucalipto. Poi, finalmente, parl.
- La terra era buia. Era notte sempre. Il fumo
soffocava. Gli alberi bruciavano. Non potevamo arrampicarci.
I miei amici sono andati a fuoco con le
foglie. L'amato odore di eucalipto misto a quello
di carne bruciata. Non manger mai pi l'eucalipto -.
Si interruppe con un singhiozzo, trattenendo
le lacrime. Non volava, letteralmente, una mosca:
anche il popolo degli insetti, maestri di disciplina
insuperabili nel mettere alla prova ogni animale o
umano durante i suoi esercizi di concentrazione o le
sue silenziose preghiere, taceva, in ascolto. - Non
so come ho fatto a uscire dal bosco. Correvo, la gola
bruciava, le forze mi abbandonavano, ero accecato.
E per, amici, - gemette, - quando mi torn la vista,
e questo accadde fuori dal bosco, avrei preferito
non vedere. A perdita d'occhio, nella pianura,
fino all'orizzonte, sagome nere come rocce, esanimi,
l'una dopo l'altra. Animali molto pi grandi di
me o molto pi piccoli, che erano riusciti a emergere
dall'inferno del fuoco solo per stramazzare, chi
completamente carbonizzato, chi asfissiato, chi,
dopo indescrivibili agonie, semplicemente arreso.
Chi non moriva per il fuoco era ucciso dalla mancanza
d'acqua. E chi cercava di procurarsela veniva
abbattuto dai fucili degli uomini, cos pochi, specie
laggi, rispetto a noi, ma cos gelosi delle loro riserve
Il bramito di dolore del popolo dei dromedari
e dei cammelli, accovacciati sulla sabbia, sal a commento
per le balze della montagna.
- Io stesso morivo di sete. Si dice che il koala sia
un animale che non beve. Non  vero. Tutti abbiamo
bisogno di acqua. E io, mi vergogno a dirlo, ero
cos disperato che facendomi largo tra i mucchi di
cadaveri raggiunsi la strada dell'uomo. Gli uomini
pensano che noi animali non chiediamo perch
non capiamo. Non sanno che non lo facciamo solo per gentilezza. E io chiesi. Fermai una donna,
era in bicicletta, aveva una borraccia, gliela indicai,
mi diede da bere. I miei amici, milioni, dicono
un miliardo in pochi giorni, tutti morti per mano
degli uomini. E io qui vivo grazie a uno di loro.
Capite? Capite? - La voce del koala si ruppe definitivamente
in uno scroscio di lacrime, e con un
ultimo rantolo quasi incomprensibile: - Mi hanno
tolto tutto, anche l'odio.
Il koala abbandon il seggio stremato, sorretto
dal suo seguito, nel generale silenzio. Nessuno se
la sentiva, dopo quella testimonianza, di prendere
la parola. Fu ovunque un incrocio di sguardi, uno
spiarsi, un soppesarsi, un annusarsi. Gi in passato
gli schieramenti, nell'assemblea degli animali, si
erano divisi. C'era chi difendeva d'ufficio l'uomo e
sosteneva la necessit di un compromesso in nome
della convivenza tra le specie, che dalle origini rispettavano
la legge di natura: quella del pi forte.
L'uomo dopotutto, sostenevano questi moderati,
non era altro che un grande predatore, che con le
sue forze e la sua intelligenza aveva salito tutti i
gradini della scala alimentare, e di ci gli andava
dato atto. Non se ne avessero a male i grandi sovrani
del passato, i re delle giungle, dei cieli e degli
oceani, avevano sostenuto per millenni i fautori
della coesistenza: per ogni ra c' sempre stato
e sempre ci sar un predatore alfa, e la nostra ra 
quella dell'uomo. Di tutt'altro avviso era lo schieramento
opposto: ma quale sovrano, l'uomo non era che un usurpatore. Ma quale legge di natura,
l'uomo le leggi se le faceva da solo per distruggerla,
la natura. E quale convivenza, se la vita delle
specie non umane era minacciata di estinzione. E
non solo gli animali, anche le piante, e l'aria stessa,
e l'acqua, e tutto quello che l'uomo chiamava ecosistema, e che gli animali chiamano casa, erano in pericolo.
Questo pensava senza dirselo l'intera assemblea.
Tutti sapevano perch erano stati convocati e che era il momento di scegliere da che parte stare.
...
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Capitolo 4. La strategia del topo.
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Seduto sotto un ponte si annusava il re dei topi.
Forse, pensava, dopo tanti secoli il suo momento
era finalmente arrivato. Si sa, quando un'assemblea
 ammutolita, assorta in pensieri contrastanti,
basta poco a infiammarla se si sanno usare le parole
giuste. E lui le parole le sapeva usare da milioni
di anni. Non aveva niente da imparare dal linguaggio
ridondante dell'uomo. Lo aveva studiato,
e nessuno tra gli animali conosceva la razza umana
quanto lui. Per generazioni i topi avevano osservato
e aspettato. Erano scesi di notte dalle cappe
dei camini spenti, si erano affacciati ai bordi delle
culle. Erano saliti di giorno dalle cantine, avevano
spiato le cene al lume incerto della candela, aspirando
l'odore del lardo su cui veniva strusciata la
polenta. Erano sbarcati dalle navi per conquistare
gli stessi mondi che conquistavano gli uomini e in
questi mondi, come certi altri esperti dell'animo
umano, avevano quasi sempre portato la peste. Ma
erano sempre stati sconfitti e relegati nel mondo
sotterraneo, tra i rigagnoli delle fogne, nelle fosse
di scarico, nei bidoni dell'immondizia. Immondi,
reietti, scacciati dal trono che per intelligenza, rapidit,
adattabilit sarebbe loro spettato. Uomini
e topi: questo, da che le due specie erano comparse
sulla terra, era stato il vero duello. Ora il re dei
topi aveva l'occasione di vincerlo. Il suo esercito
era il pi grande, i suoi generali erano accanto a
lui, proprio in quel momento.
Nel ruscello torbido, le loro sagome plumbee affioravano
appena dal pelo dell'acqua, le loro code
sottili come baionette si rizzavano nervose, i loro
denti affilati come pugnali nel fodero delle bocche
serrate erano pronti a mordere l'occasione. Legioni
e legioni. Scatt velocissimo e prima che chiunque
potesse fermarlo raggiunse il seggio e nel silenzio
generale il suo squittio parve un ruggito.
- Peste. Ci vuole la peste. Ne abbiamo di ogni
tipo. Nera, bubbonica, polmonare, per limitarci a
quelle cui l'uomo ha dato propriamente questo nome.
Ma sapete tutti che noi, il popolo dei topi, disponiamo
di un vasto catalogo, e ben sperimentato.
La nostra rete mondiale assicura seriet e rapidit.
Da millenni diffondiamo epidemie con efficienza
ed efficacia. Abbiamo sempre garantito un significativo
decremento della comunit umana. Con la
peste antonina, solo per citare un esempio di cui
siamo ancora particolarmente orgogliosi, abbiamo
diminuito del quaranta per cento - secondo le stime
pi caute - la popolazione e causato, lo dico
senza falsa modestia, la caduta dell'Impero romano.
Abbiamo con rigore e metodo ridotto la demografia
del Medioevo occidentale a un'accozzaglia
di manieri e catapecchie, senza dare agli uomini di
quelle regioni la possibilit di ricreare uno Stato.
Le nostre gesta sono state descritte dai loro massimi
storici, cantate dai loro pi grandi poeti, hanno
ispirato le trame dei loro pi celebri romanzi. Perch
sanno bene che il bacillo della peste non muore
n scompare mai, che pu restare per decine di
anni addormentato nei mobili e nella biancheria,
che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine,
nelle valige, nei fazzoletti e nelle cartacce e
che verr il giorno in cui, sventura e insegnamento
degli uomini, la peste sveglier i suoi sorci per
mandarli a morire in una citt felice.
Il re dei topi, che ormai sentiva di avere l'assemblea
in pugno, si avvi alla conclusione. - Io
vi dico, fratelli: lasciateli a noi. Ci avete impedito
negli ultimi secoli di agire, lasciandoci diffondere,
non senza frustrazione, solo malattie minori, umilianti,
come la leptospirosi o la salmonella. E tempo
di darci pieni poteri. Io vi garantisco un uomo
morto per ogni animale morto. Come dicono loro,
occhio per occhio, - concluse strizzando il suo, - dente per dente, - sorrise, scoprendo i suoi.
...
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Capitolo 5. Predic l'aquila, rugg il leone.
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Il topo non fece in tempo a godersi gli applausi
che stavano cominciando a levarsi da alcuni settori
dell'assemblea, ed ecco che una grande ombra
roteante si proiett sul parlamento degli animali,
oscurando a tratti il sole. Planando con grazia antica
scese dal cielo turchese la feroce aquila reale. Il topo
ebbe un riflesso di terrore e, dimenticando il decreto
di sospensione della legge di natura si nascose,
ratto come il suo nome, dentro una felce. Stringendosi
con gli artigli alla pietra del seggio, cos parl
l'aquila: - In principio era il grido, e il grido sono
io, che sono immagine e sembianza del loro dio -.
Le schiere delle intelligenze alate erano disposte,
secondo la loro celeste gerarchia, a rispecchiare la
formazione di volo delle grandi migrazioni. Sotto
i troni dei rapaci imperiali stavano le dominazioni
delle oche, quindi le candide potest dei cigni e i
principati delle bionde casarche. Pi in basso ancora
le anatre dalle piume tinte di nero, bianco e rosso
come serafini, e cos a scendere fino ai pivieri cherubici
sul pelo del lago. E poich nell'ordinamento
degli uccelli i gradi inferiori hanno anche le illuminazioni
e i poteri dei gradi superiori, tutti compresero
con uguale intelletto e accolsero le parole del re
con uno scintillio d'orgoglio negli occhi.
- Per i poteri che mi conferisce la mia regalit
in ogni angolo del cielo, - prosegu l'aquila, - per
la vastit delle distese e dei regni che conosco e
osservo col mio occhio imparziale, per la sapienza
che anche l'uomo nei millenni mi ha riconosciuto
e dei cui di sono simbolo e avatar, vi dico: non
c' niente di nuovo sotto il sole. A tutti tocca la
stessa sorte. Il destino degli uomini e quello delle
bestie  lo stesso. Come muoiono queste, muoiono
quelli. Non c' superiorit dell'uomo sulle bestie.
E vero che il cuore degli uomini  pieno di male
e che la stoltezza vi alloggia mentre sono in vita,
ma poi se ne vanno tra i morti. Queste generazioni
umane periranno, altre ne verranno, e ancora
periranno. Il loro amore, il loro odio, la loro ignoranza,
tutto sar finito. La loro nuda e fragile mano
 solo un fuscello che ora fa attrito nella grande
ruota dell'universo, ma non pu fermare il suo
congegno n spezzare la sacra alleanza della natura
vivente: meglio un cane vivo che un leone morto,
 scritto. Da eoni noi aquile vediamo brulicare le
miserie umane sotto il sole. Imperi che nascono e
muoiono, popoli che migrano, figli caduti in guerra
come formiche schiacciate dal piede incurante
del contadino, come i soldati di Achille; citt annientate
come alveari in fiamme, ladri divenuti re,
giusti finiti al rogo come vittime sacrificali.
Questo  il destino dell'uomo sotto il sole. Se deve
estinguersi si estinguer, se deve prevalere sar
solo per il tempo assegnatogli. Guai ad anticipare
gli eventi, io vi dico, noi avvezzi alla pazienza, custodi
dei cicli delle stagioni, testimoni di infiniti
equinozi. Non c' niente di nuovo sotto il sole, n
noi possiamo cambiare ci che avviene sotto il sole
La felce sotto cui si era nascosto non bast a
proteggere il topo dallo sguardo di eterno disprezzo
che l'aquila gli aveva lanciato.
Non era abituato, il re del cielo, a essere contraddetto.
Ma questa volta lo fu. Mentre ancora
col grande becco arcuato stava concludendo il suo
discorso, la cima del monte risuon di un terribile
ruggito, che impietr l'assemblea: - Un leone morto,
hai detto? Uno solo? Tu sarai il re del cielo, aquila
reale, ma io sono il leone, il re delle foreste e delle
terre sotto il sole. E il mio occhio, forse non cantato
dai poeti quanto il tuo, vede per la terra, per
cos dire, terra terra. E ci che vede sono i pochi
di noi, infelici pochi, rimasti dopo gli stermini, e
i pochi dei nostri pari, - e cinto del collare della
sua criniera, nel manto di velluto che seguiva i suoi
muscoli come la corrente il corso del fiume, gonfi
il suo cuore di leone e indic le tigri, le pantere e
gli altri grandi felini adagiati accanto a lui, - e i
pochi dei nostri lord -. Poi si volse e con la grande
mascella protesa invit a mostrarsi i vassalli, i
cavalieri, i fanti e anche i pi umili servi venuti
fin l a rendere testimonianza. Secondo il cerimoniale
in uso nei feudi del re, tutti i sudditi raccolti
di fronte a lui si disposero al rito. Come il giunco
che si cala aspettando che passi la piena, le creature
della savana chinarono il capo ed emisero il verso
universale dell'obbedienza di natura: - Evo
I manti delle lepri e dei lemuri, delle manguste e
dei mandrilli, dei bufali e degli gnu, degli sciacalli
e delle linci si distesero in atto di prostrazione,
rivestendo la radura come tappeti da preghiera in
una grande moschea. - Evo, evo, evo, - ripetevano.
E mai come allora quell'esclamazione di
gioia parve un grido di guerra.
- Tu parli di eoni, aquila, - riprese il leone, - ma
tutto si  consumato in poche stagioni. Il mio popolo
viene decimato a vista d'occhio. Ci che avviene
nell'ocra delle savane si trasmette all'azzurro degli
oceani, al verde delle foreste pluviali, al bianco accecante
dei poli. Il nostro sterminio  lo sterminio
di tutti, poich un'unica interruzione nella connessione
tra i viventi dissolve i legami della natura.
L'azione iniqua del cacciatore d'avorio, - e si
rivolse al gigantesco e gentile popolo degli elefanti
dalle lente proboscidi che annuivano luttuose,
- provoca una simultanea reazione all'altro capo
del globo, come un uragano  generato dal lontano
battito d'ali di una farfalla. L'uomo sta portando
il caos in ci che tu chiami ordine, in ci che lui chiama cosmo.
Tutti gli sguardi si appuntarono sull'orso bianco,
che aveva lasciato la sua erosa zattera di ghiaccio,
residuo della banchisa polare in cui viveva, condannato
alla fame e a una sconfinata solitudine. Ma
lui rest immobile e, come suo solito, non profer
parola. E il suo silenzio parve rumoroso come l'urlo perenne dei ghiacciai che, sciogliendosi sempre
pi rapidamente, si frangono e precipitano-in mare.
L'orango, invece, cominci a battersi il petto
con le mani rosee: - Dei nostri, nelle foreste pluviali
scacciate dall'avanzata dei palmeti piantati
dall'uomo, ne muore di fame uno ogni ora, - grid
da dietro il totem tondo e schiacciato del suo
volto, mentre dalle quinte dei bamb emergevano
le maschere bianche e nere dei panda, che portano
su di s come il segno del tao la lotta tra vita e
morte della loro specie.
- Noi pochi, - rugg il re leone. - Noi felici, pochi.
Noi manipolo di fratelli. Poich chi verser il
suo sangue con me, ghepardo o ragno, sar mio fratello,
e per quanto umile la sua specie, sar d'ora
in poi innalzata, e tanti vertebrati o invertebrati
ora nelle loro tane si sentiranno maledetti per non
essersi trovati oggi qui, e sentiranno venire meno
la propria forza riproduttiva a sentire i racconti di chi avr combattuto questa santa guerra all'uomo!
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Capitolo 6. Il dilemma del cane.
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Non fu facile per il cane prendere la parola. Era
da un po' che aveva fiutato l'aria che tirava in assemblea.
Pur essendo un meticcio, incrocio tutto
sommato ben riuscito tra quello che gli uomini chiamano
bracco e un cane pastore, era stato scelto come
portavoce dai pi diplomatici esemplari di razza
pura - levrieri, dalmati, alani, barboncini, terrier -
che lo avevano lusingato - va' tu che sei pi bravo
a parlare coi selvaggi - ma in realt non si erano
neppure sognati di abbandonare le loro preziose dimore
per affrontare prima un lungo viaggio e poi, e
questo era il vero problema, l'increscioso pregiudizio
anticanino della quasi totalit del regno animale.
In effetti non era facile. Anzi, era una missione
quasi impossibile. Per chiarirsi le idee cerc di ricordare
ci che in occasioni simili vedeva fare dal suo
padrone: primo, compilare una lista dei problemi,
gli uomini compilano sempre liste e questo sembra
aiutarli; secondo, depennare i problemi dalla lista
man mano che vengono risolti; terzo, stendere una
lista dei problemi rimasti; quarto, temporeggiare
finch non si risolvano da soli; quinto: rassegnarsi
a conviverci se non si risolvono, e, sesto, cestinare
la lista, riservandosi di prepararne un'altra in un momento di rinnovato entusiasmo.
La vita degli uomini, i cani lo sanno,  difficile.
Contrariamente agli animali, non controllano il loro
tempo, hanno sempre dubbi, non sanno scegliere,
pochi sono guidati dall'istinto, quasi nessuno pi
da quella legge di natura che ordina a ogni pi piccolo
abitante della terra di svolgere il suo compito
subito, senza esitazione, senza imprecisione, senza
incertezze. Nascere, sopravvivere, mangiare, riprodursi,
morire; e nel frattempo godere l'attimo. 
la lista per tutti tranne che per l'uomo. E il portavoce
dei cani provava una grande pena per lui,
e questo era uno dei problemi, in quel momento, della sua personale lista.
Il secondo era un conflitto di fedelt. Si dice che
il cane obbedisca all'uomo come a un capobranco.
La si pu anche mettere cos, ma questa storia
dell'obbedienza era riduttiva. Era un patto concordato
fra entrambe le parti. Abituato da millenni
a onorare l'accordo che i suoi antenati avevano
stipulato con l'uomo - io ti segnalo il pericolo, tu
mi dai da mangiare -, nessun cane poteva di punto
in bianco rescindere il contratto; n lo voleva.
D'altro canto le parole del koala e di tutti gli altri
lo avevano colpito, e conosceva inoltre la condizione
dei suoi molti confratelli maltrattati dall'uomo: cani
bastonati a morte, avvelenati, segregati nei canili,
legati tutta la vita alla catena, violentati, vivisezionati
nei laboratori, costretti a combattere per gioco
all'ultimo sangue. Questo era il terzo problema della
lista. Non riusciva a capire come fosse possibile che
la specie colpevole di tanti misfatti fosse la stessa cui
apparteneva il suo padrone, che lo nutriva, lo faceva
giocare come un figlio, lo portava a passeggio anche
nei giorni di pioggia, gli confidava sogni e progetti,
lo curava quando era malato e lo faceva sentire
qualcosa di pi di un animale. Gli aveva anche dato
un nome importante, Montmorency, presto abbreviato
in MoMo, perch pi rapido fosse il richiamo,
pi veloce il suo accorrere quando aveva bisogno
di lui. E il suo padrone di lui aveva bisogno spesso.
L'ape regina aveva detto giusto parlando della
fragilit e della sofferenza dell'uomo. Ma il cane
conosceva in lui qualcosa di pi profondo. Dal
principio dei tempi lo aveva accompagnato al sorgere
del sole custodendo le sue greggi dal vello crespo,
aveva vegliato i suoi sogni turbati dai pericoli
e dai fantasmi delle notti. Aveva cacciato con lui
non solo la screziata selvaggina della sua tavola, ma
anche le nere belve di cui l'uomo era preda e che
non sempre erano reali. Accanto a lui si era accucciato
davanti al danzare del fuoco, percependone
gli anelli di fumo dei suoi disegni, lo scintillio delle
sue visioni. Aveva partecipato ai suoi riti, era stato
assunto tra i suoi di, arruolato nelle sue battaglie,
insignito delle sue onorificenze. Lo aveva aiutato
a riportare alla vita, scavando tra le macerie nel
rombo dei terremoti, raspando nella neve tuonante
delle valanghe, nuotando nell'urlo del mare in
burrasca. Aveva guidato i suoi occhi ciechi attraverso
gli ostacoli del mondo, e l'uomo si era ciecamente
fidato di lui. Il suo padrone il cane lo aveva
sempre riconosciuto, anche di ritorno da una lunga
guerra e da un travagliato vagare per mari, e come
in uno specchio cane e padrone si erano guardati
ormai vecchi ricordando e piangendo i tempi in cui
erano due cuccioli. Questo era amore.
Ma, ultimo problema, MoMo non trovava, negli
infiniti idiomi e segni attraverso cui gli animali 
esprimono la legge del desiderio che li lega l'un
l'altro e a tutta la natura, una forma di espressione
adatta a spiegare lo strano tipo di amore dell'uomo,
e neanche la misteriosa e invincibile devozione del cane.
Con tutta la lentezza possibile, trattenendosi
con aria indifferente ad annusare qua e l, indugiando
a grattarsi senza convinzione, ansimando
con la lingua di fuori, alternando i diversi tipi di
respirazione canina e procedendo a zig-zag, MoMo
aveva raggiunto il seggio. Ma, proprio come un
uomo, non era venuto a capo della sua lista. Tutto
quello che riusc a dire, con le orecchie basse e la coda tra le gambe, fu: - Bau.
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Capitolo 7. Cos cant la balena.
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L'assemblea neanche se ne accorse - forse lo
ud qualche gallina, qualche anatra, qualche piccione
- con l'eccezione di una sottile figura diafana,
invidiabilmente adagiata, a distanza dal resto degli
animali, su un ciliegio fiorito, nel punto pi comodo,
soleggiato e con la visuale migliore. La gatta
bianca, quasi invisibile tra i petali bianchi, era stata
in osservazione del comportamento di MoMo e
ne aveva letto i pensieri: era questa una delle doti
della sua specie. Quando MoMo le pass accanto
mortificato, gli fece un gran sorriso. - Oh be'! -
ansim MoMo. - Ho visto spesso un gatto senza sorriso,
ma questo mi sembra quasi un sorriso senza
gatto -. Dal bianco scintill un paio di occhi verdi
bistrati: - Guai al canarino indifeso caduto dalla
gabbia, - guai al pechinese viziato che ha affrontato
la mia rabbia. - Guai all'ispido topo nascosto
su una nave - e guai a qualsiasi cane si proponga di
parlare! - miagol. E aggiunse: - La prossima volta
dovr parlare io -. MoMo, alzando lo sguardo
sotto le palpebre pesanti, rispose triste: - Non ci
sar una prossima volta -. La gatta drizz le orecchie:
il giaguaro aveva ripreso la parola.
- Per i poteri che mi conferisce il ruolo di moderatore
di questa assemblea, di cui vi ringrazio, - scand
il giaguaro, - ascoltati i pareri di pi rappresentanti
di ogni genere, razza e specie, grandezza, ordine e
grado, secondo i principi di pluralismo che governano
il nostro parlamento; sentite le posizioni dell'ape
regina, del topo, dell'aquila e del leone; raccolta la
testimonianza del koala, cui si sono aggiunte quelle
spontanee di molti di voi; a conclusione dei lavori
e del dibattimento, mi permetto di interpretare il
pensiero comune e sintetizzarlo in un solo interrogativo:
 arrivato il momento di scendere in guerra
contro l'uomo? - Spost le fessure degli occhi sul
leone e sull'aquila. - Su questo sono in disaccordo i
sovrani di due regni, e non dubito che lo stesso divario
di opinioni sia condiviso dai loro sudditi, dagli
uccelli sospesi nel cielo e dalle bestie acquattate
sulla terra e in cui  alito di vita, - concluse solenne
rivolto all'intero emiciclo. - Perci propongo di
appellarci alla pi antica e saggia delle maest, che
domina il terzo regno, le pianure liquide da cui tutti proveniamo.
Fu come quando, ai tempi degli antenati, dai mari
emergevano i continenti e le isole e si disegnavano
sotto i loro occhi contro il cielo in un gorgogliare
di schiuma. Oltre la falce bianca della baia, nel mare
aperto le cui chiome canute si stavano dorando
e imporporando fino a prendere il colore del vino,
per primi, come araldi, zampillarono i delfini.
Lungo la loro scia, a pelo d'acqua, come dervisci
danzanti palpitavano le meduse. Stendardi di pesci
colorati si prostravano lungo il corteo, accendendolo dei riflessi dell'iride. Infine, la guardia d'onore
dei narvali, unicorni del mare, present le armi:
le spade sguainate sotto il sole declinante descrissero
un immenso cerchio argenteo al largo. Da l
si alz prima un gran getto d'acqua, i cui spruzzi
arrivarono fino in cima alla montagna, poi emerse
come un'isola di calcare, lenta, titanica, la balena.
Aveva la fronte rugosa, la mandibola storta, la
coda mostrava tre colpi di arpione sulla pinna destra.
Il suo canto, come quello che gli uomini attribuivano
alle sirene, si impadron della mente e del
cuore di ogni singolo animale, e non solo di quelli
riuniti nel luogo dell'assemblea, ma anche di quelli
a milioni di chilometri di distanza. Tutti, nello stesso
istante, ovunque si trovassero, si immobilizzarono,
in ascolto di quella vibrazione che li penetrava
e risuonava dentro di loro. Ogni predatore allarg i
denti e lasci cadere la preda. Ogni mosca rimase a
mezz'aria. Su per le montagne ogni mulo interruppe,
a buon diritto per una volta, il suo lavoro. Ogni
corteo di formiche, gi sulla nera terra, si ferm.
Intorno ai continenti il mare si gonfiava, si
gonfiava senza tregua, come se le sue vaste maree
fossero la sua coscienza, come se la grande anima
del mondo provasse angoscia e rimorso del lungo
peccato e dolore che l'uomo aveva causato. Ma la
balena, che era la custode dell'anima del mondo,
era emersa dall'acqua come un grande muro bianco
per fare da diga all'angoscia del mondo. Tutti
gli animali tradussero simultaneamente, ciascuno
nella sua lingua, le parole melodiose e severe
dell'oracolo che cantava: - Quelli che servono
idoli falsi e abbandonano l'amore della natura siano
gettati nell'abisso, nel cuore del mare, le correnti
li circondino, le onde passino sopra di loro,
l'alga si avvinghi al loro capo. La terra spranghi i
suoi cancelli per sempre dietro a loro, dal profondo
degli inferi gridino. Ma se con voce struggente
canteranno, e impareranno dalla sventura, e adempiranno
il voto fatto alla natura, che si salvino e
siano rigettati sulla terra -. Tutti gli animali sprofondarono in meditazione.
...
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...
Capitolo 8. Che fare?
...
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...
Al gabinetto di guerra parteciparono il giaguaro,
l'aquila e il leone. L'ape regina si astenne, richiamata
da una delle solite congiure di alveare.
La discussione fu lunga. Interpretare gli oracoli 
difficile: che cosa voleva dire colpire gli uomini ma
non estinguerli? Fin dove bisognava arrivare? E,
soprattutto, come? Insomma, che fare?
Il leone rispolver vecchi scenari tattici, aggiornandoli
giusto un po': circhi equestri usati come
cellule di guerriglia, scorrerie di fiere addestrate,
incursioni di bestie selvatiche dalla campagna in
citt. Fu obiettato dal giaguaro che i blitz affidati
a predatori quali volpi, cinghiali, lupi, orsi e finanche
pantere e tigri nei centri urbani avevano
avuto un ben misero impatto. I cosiddetti incursori
erano stati abbattuti, dopo essere stati catturati
dagli occhi meccanici che gli uomini sostituiscono
ai propri ed esposti come trofei nei loro circuiti di
comunicazione. Oppure si erano consegnati alla
convivenza, come il popolo delle volpi, che passeggiavano
ormai non meno flemmatiche dei loro
cacciatori in bombetta e guanti per le strade notturne di Londra.
L'aquila auspic la strategia aerea. Gli alati erano
uno degli incubi umani ricorrenti, come quel regista
inglese aveva raccontato cos bene. Lo si sarebbe
potuto riproporre su larga scala. Fu obiettato
dal giaguaro che alcune tra le pi versatili delle
sue flotte, quelle dei gabbiani, avevano gi infestato
le citt, ma il solo obiettivo che si fossero dati
la pena di raggiungere erano state le discariche di
spazzatura, che avevano espugnato ingozzandosi
e ingrossandosi degli scarti velenosi degli uomini e
imboscandosi nel cemento con ancora meno dignit delle volpi.
Certo, da sempre, se avessero voluto, gli animali sarebbero stati in grado di prendere il controllo
del pianeta. Le aquile avrebbero potuto rapire gli
uomini in cielo coi loro artigli, come gi in passato
avevano fatto, e gli umani lo ricordano ancora nei
loro miti, ammise il giaguaro. Ed era incomparabile
la forza del leone rispetto a quella dell'uomo,
come i combattimenti dei gladiatori nel circo avevano
tante volte dimostrato. Hic sunt leones,
dicevano un tempo gli uomini per delimitare i confini
del loro mondo, oltre i quali non avventurarsi.
Ma gli animali si erano sempre trattenuti dallo
scontro di civilt. La guerra in campo aperto non
era mai stata un'opzione. E adesso?
- Ci sono pi cose tra cielo e terra, giaguaro, -
disse l'aquila, - di quante tu ne possa concepire
I venti di guerra si gonfiarono, in un'escalation
tra i due regni. - I nostri uccelli oscureranno il
sole, - gridava l'aquila. - Meglio! I nostri soldati
combatteranno all'ombra, - ruggiva il leone.  da
sempre arduo per l'umile cronista descrivere il momento
in cui la storia sta per compiersi. Avviene
quando gli stessi re e generali non comandano pi
sul proprio volere ma lo spirito del tempo prende
il sopravvento, irrompe a cavallo e butta all'aria i
pezzi della scacchiera come un bambino che gioca.
Come frammenti di un vaso scagliato piovvero sui
convenuti frasi senza pi una forma, idee senza pi
un pensiero, progetti tenuti insieme dalla rabbia.
Sabotaggio a colpi di becco di tralicci e cavi elettrici;
occupazione delle rotte aeree; bombardamenti
a tappeto di guano; rivolta nei parchi naturali e
negli zoo safari; golpe negli allevamenti dei maiali,
proclamazione della repubblica suina; insurrezione,
non gandhiana, delle vacche indiane; liberazione
dei mattatoi; classica invasione di cavallette, raid
di calabroni, mobilitazione di legioni di zanzare,
pioggia di rane, penetrazione sotterranea di termiti
e blatte; encierro di tori al galoppo nei centri
cittadini; rastrellamenti affidati a plotoni di gorilla
per buttare fuori i barricati in casa; occupazione
delle case da parte di commando di polli e tacchini,
con picchetti di oche a guardia dei checkpoint;
e finalmente presa della Bastiglia, irruzione della
cavalleria, bivacchi alle fontane dei luoghi sacri.
Ma nessuno degli scenari e delle fantasie tattiche,
con cui il regno del cielo e quello della terra si
sfidavano sempre pi arditamente, era adeguata al
monito della balena. La specie umana non doveva
perire, ma imparare da una lunga pena.
Occorrevano armi pi sottili e selettive. Forse,
si disse il giaguaro, bisognava riprendere in considerazione
la proposta del topo. La sua specie, come
prima aveva lui stesso pomposamente sottolineato,
vantava una millenaria esperienza nella propagazione
di malattie infettive capaci di sterminare ampie
masse di umani ma anche, e questo poteva fare al
caso loro, di risparmiarne almeno altrettanti, dopo
averli sprofondati in un abisso simile a quello
cantato dalla balena. Certo, la guerra batteriologica
non avrebbe potuto essere affidata a un popolo
reietto, ma pur sempre soggetto all'autorit
del leone, come quello dei topi. Sarebbe stato un
oltraggio inaccettabile per l'aquila.
Ma questo il topo lo sapeva benissimo. Non gli
parve vero di essere chiamato a rapporto in quel
consesso. Si forb i baffi e squitt: - Mi sembra
di capire che ci sia un problema tra gli uccelli e i
mammiferi, un problema, oserei dire, diplomatico.
N l'autorit del regno del cielo n la sovranit
di quello della terra vogliono cedere. N,
mi sembra di capire, siete in grado di trovare la
strategia giusta per non irritare la balena Ridacchi
compunto, scoprendo i lunghi incisivi e
crogiolandosi nell'attenzione dell'aquila e del leone
e nell'approvazione del giaguaro. - Che cosa
pu fare questo umile, lasciatemi dire strisciante
servitore per sovrani tanto nobili? Come pu un
semplice roditore trovare la soluzione che menti
tanto elevate non riescono a vedere? E perch
mai dovrebbe, essendo tenuto da loro in cos bassa
considerazione? Eppure si d il caso che questo
abitante del sottosuolo, appestatore dell'umanit,
reietto tra le bestie, sia disposto, per il bene
comune, a soffocare l'orgoglio, a dimenticare le
umiliazioni e a confidare che quando tutto sar
finito le vostre signorie si ricorderanno di avere
un debito, un grande debito nei suoi confronti.
E si impegneranno a onorarlo.
- Che cosa vuoi? - tuon il leone, impaziente
di fronte a tanta spudoratezza. - Il tuo regno  la
terra, maest, - rispose il topo. - Cos come quello dell'aquila  il cielo e la balena governa gli oceani.
Il mio reame  quello oscuro dove non batte
mai il sole. Ci che io chiedo per il mio popolo 
una parte di terra, una parte di cielo e una parte di
mare. Una zona franca dove nessuno potr mettere
in discussione le nostre leggi, i nostri affari e il
nostro stile di vita. E, se posso aggiungerlo, il nostro
formaggio. Uno Stato dei topi, o meglio una
confederazione di sorci, ratti e pantegane, divisa
in cantoni, meglio se ai Tropici, dove nessun emissario
o commissario potr mai entrare. - E cosa ci
daresti in cambio, - tuon torva l'aquila. A questo
punto il topo fiss gli occhi neri dritto in quelli
dei due sovrani, prima l'uno, poi l'altro, e squitt:
- L'unica soluzione che mette insieme le ali dei
tuoi volatili, aquila, e il corpo dei mammiferi che tu
governi, leone. Nonch modestamente una passabile
versione di me stesso, della mia intelligenza
e del mio know-how -. In quel momento, da una
cavit della roccia, sbattendo le ali nere arriv il
pipistrello. - Lasciate, - disse il topo, - che vi presenti un amico, il topo con le ali.
...
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...
Capitolo 9. Il ritorno del corvo.
...
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Si alz in volo tra i primi, e non perch dovesse
portare messaggi - l'esito dell'assemblea era noto
in quel momento gi a tutti gli animali della terra
- ma per evitare la grottesca parata delle flotte
di pipistrelli che avrebbe gremito il cielo entro
breve, man mano che arrivava il crepuscolo e il
rosso diventava violetto e poi cenere, dipingendo
lo sfondo appropriato a quei mezzi mammiferi e mezzi volatili.
Quando, dopo giorni di traversata, il corvo arriv
nel cielo della piccola citt in cui viveva, nello
spiazzo tra le case avvist come sempre il giardino
quadrato, poco folto ma ordinatamente cinto da
nere siepi punteggiate appena di bianco, stendersi
sotto di lui nella traiettoria che lo avrebbe portato
dritto all'antico tetto di tegole spioventi dove
viveva. Vide su una panchina di marmo un uomo
vecchio e barbuto. Guardava tranquillo il crepuscolo.
Il corvo si ferm in aria battendo le ali: se
avesse attraversato il giardino da quel lato, solcando
il cielo da sinistra a destra davanti agli occhi del
vecchio in segno di buon augurio, avrebbe tradito
il proprio ruolo di messaggero. Teneva, come da
millenni usavano fare i corvi, a dargli un avvertimento.
Era esausto, ma ugualmente si rassegn al
giro pi lungo in modo da tagliare il cielo da destra
a sinistra, in segno inequivocabilmente infausto.
Sbuc da sopra la geometria delle siepi mentre il
vecchio ancora guardava in alto. Gli pass davanti
agli occhi e attese il lampo che incrociava nello
sguardo degli auguri, gli antichi lettori del volo degli
uccelli. Niente. Il vecchio non lo aveva neppure
visto. Cosa stava guardando nel cielo deserto? - 
troppo tardi, - si disse. - Gli uomini non sanno
pi cogliere i presagi e non impareranno pi -. E
ripet ad alta voce, rivolto al vecchio ma soprattutto
a se stesso: - Mai pi E se ne vol verso il
suo tetto prima che arrivasse la notte.
Il sole rotolava verso l'altro emisfero e, facendosi
largo nel buio del mondo che si ritirava al suo
passaggio come un mare biblico, vi portava l'alba.
L'occidente diventava oriente e sulle campagne
della Cina meridionale il cielo accoglieva l'aurora
che toccava con le sue dita rosee un villaggio contadino
dove un bambino stava andando con il padre
al mercato. Aveva con s una gabbia. Dentro,
come un cavaliere medievale nella sua armatura,
scrutava attento il mondo esterno un pangolino.
Era pi lungo del liuto che suonava suo padre durante
le feste, ma stava raggomitolato su se stesso
come un punto interrogativo e dalle scaglie lucide
si apriva perplessa la bocca a proboscide, gli occhi
puntati come spilli. Era una merce rara e proibita,
per la carne delicatissima, specie se l'animale  bollito
vivo, e le risapute propriet afrodisiache delle
scaglie. Avrebbero potuto mangiare riso per un
mese con il ricavo della vendita. Aveva una zampa
insanguinata. Il bambino lo aveva appena acchiappato,
ancora stordito dal morso di uno degli enormi
pipistrelli succhiasangue che in quelle notti di
gennaio volteggiavano molto pi numerosi del solito
sui tetti delle capanne in cui viveva, le ali nere
che si spiegavano come mantelli e la maschera con
le orecchie a punta da supereroe. Sembrava che il
cavaliere oscuro in persona fosse venuto in soccorso
della sua famiglia e le avesse offerto in dono quella
preda preziosa, senza bisogno di soffocarla col
fumo e prenderla a randellate come fanno di solito
i cacciatori. Quasi gi sentisse suonare i soldi in
tasca, il padre per due yuan compr un maiale. E
nella piccola carovana che si inoltrava tra i banchi
rossi di sangue nel sole del mattino il maiale comprato
dal padre si strinse al pangolino, morso dal pipistrello, catturato dal bambino.
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PARTE SECONDA.
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Capitolo 1. Gli alleati dell'uomo.
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Racconta un'antica leggenda babilonese che
quando l'uomo e la donna furono cacciati dall'Eden
avanzarono tra le schiere immobili di animali come
tra le ali di un esercito di statue. Nessuno os
proferire verbo o verso. Tutti sapevano che la trasgressione
dell'uomo e della donna, causando l'esilio
dal giardino, li aveva condannati per sempre alla
legge di natura: nascere, sopravvivere, sopraffare,
essere sopraffatti, soffrire, morire. I due bipedi
con la testa china, tenendosi per mano, implumi e
rosei, i fianchi coperti di foglie, si avviavano verso
le porte del paradiso sotto il primo cupo tramonto
che vedevano con occhi mortali, e quindi ancora
pi bello e struggente e sfuggente perch impermanente.
Fu allora, secondo la leggenda, che due
quadrupedi balzarono via dalle file silenziose e si unirono a loro.
Erano il cane e il gatto. Avevano preso quella
decisione senza sapere perch. Un formicolio alle
zampe, un drizzarsi del pelo, uno spasmo alle viscere
come quando la luna  piena li avevano spinti sulle
orme di quei piedi scalzi. Li seguirono spavaldi a
pochi passi di distanza. Il cane scodinzolava senza
imbarazzo davanti agli sguardi severi degli altri
animali allineati sull'erba acerba o sui rami fioriti.
Il gatto teneva la coda gonfia e dritta come un
pennacchio, conferendo una certa solennit al corteo
della strana nuova famiglia che si allontanava.
Ma, ci si potrebbe domandare, che cosa avevano
fatto di sbagliato l'uomo e la donna per essere
cacciati cos ignominiosamente dal giardino? Su
questo punto le versioni divergono. Secondo una
variante del mito, la loro colpa era stata rubare il
frutto proibito - mela, fico, melagrana? - dell'albero
della conoscenza. Mangiandolo avevano conosciuto
il segreto del bene e del male e di qui il
castigo. Ma come avrebbe potuto un frutto nato
dalla perfezione che allora governava la natura avere
in s qualcosa di proibito? E soprattutto, le specie
animali, incluso l'uomo, non possedevano gi la
conoscenza? Non sapevano gi distinguere il bene
dal male? Non avevano continua memoria di questa
opposizione, che governa l'universo? E come
potrebbe essere una colpa, il conoscere?
Forse la tara originaria dell'essere umano non era
la conoscenza, ma, al contrario, la dimenticanza.
E non veniva dal frutto dell'albero ma dall'acqua,
che non pu essere contenuta in nessun vaso, di
un ruscello chiamato Lete, che scorreva l sotto, al
quale la donna e l'uomo avevano bevuto. Questo
li aveva resi diversi dagli altri animali, che si erano
guardati dall'abbeverarsene, mentre gli umani
avevano trasgredito al loro istinto.
Non vi  sciagura pi grave della dimenticanza.
L'uomo, assaggiata quell'acqua, aveva perso nozione
del suo stato. Aveva cominciato a considerarsi umano,
ossia un animale che per  altro dall'animale.
A poco a poco aveva dimenticato tutto ci che le
bestie ricordavano e ricordano ancora dell'abissale
passato, delle re, delle glaciazioni e dei disgeli,
dei diluvi e dei terremoti, del ricorso delle comete
e dello schianto dei meteoriti, dell'emersione delle
terre, del loro sussultare e plasmarsi in continue metamorfosi.
Aveva smarrito memoria dell'aggregarsi
e coagularsi di acqua, aria, terra e fuoco in composti
mutevoli, come il caglio fissa e lega il bianco latte,
o in India il sacro gul. Avevano dimenticato la mescolanza
e quella separazione di cose mescolate che
dagli umani  chiamata nascita.
Solo nei sogni l'uomo avrebbe avuto frammenti
di visioni delle vite precedenti, dello stato di pietra,
cristallo, larva, insetto, uccello nel cielo, tigre
nella foresta, grande albero in Asia, pesce muto
che guizza dal mare. Ma avendo perso il ricordo di
tutti i linguaggi della natura, delle sue regole, delle
sue maniere, dei suoi divieti, delle sue connessioni,
delle sue rotte, dei suoi indirizzi segreti, e non possedendo
n memoria n prescienza, non conosceva
le conseguenze remote dei suoi atti. Non era e non
sarebbe stato in grado di distinguere il ciclo delle
reincarnazioni, traendone insegnamento. N era o
sarebbe stato in grado - salvo rare eccezioni - di
profetare n di vedere ci che sarebbe stato. Oltre
al passato aveva dimenticato anche il futuro. Dotata
di postura eretta e di pollice opponibile, questa
scimmia nuda era condannata a un'illusoria e
miope attivit di pianificazione e previsione, che
serviva solo i propri aneliti momentanei e individuali,
scissi dall'unico grande palpito di desiderio
cui tende il ciclo della natura, in cui ogni cosa muore d'amore per l'altra.
Ma il cane e il gatto avevano adottato l'uomo,
anche se lui ancora oggi pensa l'inverso e non comprende
perch, ogni volta che guarda nei loro occhi,
trae una sensazione di pace. - Ricordi? - dice
lo sguardo, - noi eravamo con te quel giorno. Nei
secoli veglieremo su di te, ti ricorderemo il tuo lignaggio
animale. Ci farai dio egizio, santo levriero,
esile sacerdotessa tigrata. I tuoi profeti si taglieranno
la veste per non disturbare il nostro sonno.
Abiteremo i tuoi templi e i tuoi fori, saremo
compagni di maghi e taumaturghi, dormiremo tra
i tuoi libri e i tuoi alambicchi, perpetueremo con
te la misericordiosa superfluit del gioco. Mendicheremo
con te il pane agli angoli delle strade, la
nostra effigie campegger sui vessilli dei tuoi re e
nelle insegne delle locande del popolo. Dalle grandi
sale dei tuoi castelli agli angoli pi bui dei focolari
delle tue capanne ci sentirai ansimare e fare le
fusa, vedrai il nostro sguardo seguirti.
Anche se da allora in poi l'inclinazione dell'umanit
fu una perpetua e irrequieta brama di potere
dopo potere, onore dopo onore, ricchezza dopo
ricchezza, che cessava solo con la morte, il cane e
il gatto non rinnegarono mai la loro scelta. Sapevano
che gli uomini non trovano la felicit in una
condizione di pace mentale, il sommo bene di cui
parlano gli antichi filosofi, ma al contrario in un
continuo scorrere del desiderio da un oggetto all'altro.
La conquista del primo non fa che aprire la via
al successivo, cosicch, accecati dal loro tornaconto,
sono destinati a desiderare senza tregua a costo
di distruggere gli altri e alla fine se stessi. L'anima
degli animali  pi felicemente disposta al formarsi
della virt. A differenza che per l'uomo, per le
bestie il bene comune non  diverso da quello dei
singoli. Spinte per natura a cercare il bene privato, procurano il bene di tutti.
Il cane e il gatto conoscevano le tenebre che
avvolgono il cuore dell'uomo da quando il germe
della dimenticanza lo aveva offuscato e allontanato
dagli altri animali finendo per renderlo il loro
oppressore. Ma adesso la decisione dell'assemblea,
lo stratagemma del topo, la peste diffusa dal pipistrello,
la calamit, l'emergenza, il terrore avrebbero
obbligato la specie umana a una scelta: ricordare
o perseverare nell'ignoranza rischiando di
distruggere non solo la propria specie ma la terra
intera. Per questo MoMo e la gatta bianca erano corsi cos veloci verso le loro case.
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Capitolo 2. La grande quarantena.
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Apr gli occhi all'improvviso. La luce invadeva
la stanza, era mattina inoltrata. Si allung tutta
sul letto e fece silenziosamente i suoi esercizi
di stretching. Non percepiva alcun rumore, n di
colazione n di traffico. Curioso, si disse. Ancora
pi curioso che lui, accanto, stesse dormendo. Non
avrebbe dovuto essere a scuola? Si alz agilmente
e si affacci alla finestra. Il viale alberato lungo il
fiume era deserto. Sui rami dei platani, tra i primi
germogli, poteva distinguere con nitidezza una
moltitudine di sagome di piccoli uccelli, e l'insolita
variet dei loro versi la confondeva. Decise che
avrebbe ragionato meglio a stomaco pieno. Scivol
silenziosa verso la cucina. In quel momento
sent aprirsi la porta della camera da letto grande,
la pi fresca d'estate, e le sbarrarono il passo due
caviglie che davanti a lei parvero quelle colossali
di una statua di Iside patrona dei gatti, non fosse
che si facevano strada, con la goffaggine tipica
dell'andatura umana, sul suo tappeto da manicure
felina preferito. Poteva resistere a tutto ma non
alle tentazioni. Per tre volte affond le unghie e
le ritrasse velocemente provando il piacere acuto
che il perfezionismo elargisce ai suoi adepti. Poi
in un lampo raggiunse la donna.
Il grande schermo nero si anim prima ancora
che si alzasse l'odore del caff. Un rimbombo concitato
svegli il resto della casa e
ne raccolse i tre abitanti intorno
al tavolo vuoto, gli occhi spalancati
davanti ai filmati che scorrevano. La gatta bianca si
arrotol con destrezza sul bordo
estremo della credenza e cominci a
lavarsi con aria indifferente.  questo
da sempre il trucco che i piccoli
felini adottano per non tradire le loro
emozioni e passare inosservati mentre
si concentrano intensamente su qualcosa fingendo di fare altro.
Dunque, si disse, era cominciata.
Man mano che il sole fuori avanzava,
e che nell'ombra della casa le immagini si
scomponevano e ricomponevano sui visori
grandi e piccoli dei vari congegni che gli esseri
umani usano per trasmetterle a distanza, avendo
perduto il dono di comunicarle col pensiero come
gran parte degli animali tra cui i gatti, qualcosa di
impercettibilmente diverso dal solito prese a vibrare
intorno a loro come un'aureola. Non era timore,
non era stupore, come si sarebbe aspettata.
Era euforia.
Gli uomini credono che gli animali non decifrino
il loro linguaggio. Non  cos. La gatta bianca
comprendeva e soppesava ogni parola. Al figlio
non pareva vero di non andare a scuola. La madre
aveva annunciato che non sarebbe tornata in
ufficio ma avrebbe potuto lavorare da casa. L'uomo
le rivolgeva parole affettuose. Le sue giornate
non sarebbero cambiate, ma tutti avrebbero potuto
concedersi almeno due ore di sonno in pi ogni
mattina e di sera guardare fino a tardi la tv come
fosse sempre la vigilia di un giorno di festa. Il pi
giovane neanche ascoltava, preso dai continui scampanellii,
ronzii, tamburellii e fruscii che facevano
sobbalzare il suo cellulare. Lo sguardo obliquo della
gatta sorvegliava lo scorrere vertiginoso di frasi,
foto, link e commenti disseminati di faccine gialle.
Quando l'uomo torn sovraccarico di buste della
spesa era quasi ora di cena. Lei ne approfitt per
scivolare sul ballatoio e da li guadagnare la grondaia.
Sono due le ragioni principali per cui i gatti
frequentano i tetti: avere la visuale pi ampia possibile
e raccogliere informazioni. Si dice che ciascun
gatto abbia tre nomi: quello con cui viene al
mondo, quello che gli danno gli umani e un terzo
nome segreto. I primi due servono a identificarlo,rispettivamente, tra i suoi simili e nella societ
degli uomini, il terzo ad accreditarlo presso le altre
specie animali (e, in certi casi, anche vegetali),
quali appunto i numerosi pennuti che si incrociano sulle cime dei palazzi.
La gatta bianca guadagn la torretta irta di antenne
arrugginite di vecchi televisori, reclinate
e intrecciate come ossa in un cimitero di belve, e
invasa dalle parabole cresciute come giganteschi
funghi velenosi in un bosco pietrificato. La prima
cosa che not fu che non era presidiata come al
solito dal bieco gabbiano di guardia, enorme organismo
mutante che dell'uccello marino conservava
ormai solo il grido sgraziato. Con l'andare degli
anni aveva allenato l'udito a ignorarlo, per non
farsi sfuggire i sempre meno numerosi messaggi
degli uccelli pi piccoli. Ma non fece in tempo a
dirsi altro che oltre il bordo della torretta si spalanc la visione.
La grande citt si dominava quasi tutta dalla cima
della casa - il che non era estraneo alla scelta di
farsi accudire dai suoi inquilini, se pure senza impegno
e conservando la sua libert di movimento,
indipendenza di giudizio, licenza di lunghe sortite
non annunciate e peraltro mai particolarmente
notate da quel distratto nucleo umano. I rumori
della citt in genere salivano fin lass, solo un po'
attutiti, insieme all'odore del fumo delle automobili
che brulicavano nei viali lungo il fiume attraverso
i ponti e fino alle strade laterali, spartendosi
come una colonna di formiche, arrotolandosi intorno
alle piazze come una colonia di lombrichi,
scalando e scavalcando i colli, senza diradarsi, ma
anzi infittendosi nelle tangenziali e riversandosi
nelle periferie per poi confluire in parte nelle arterie
suburbane. Un unico getto di metallo pervadeva
d'abitudine la grande citt in ogni suo capillare.
Ma adesso quel sistema circolatorio era completamente
sgombro. Solo il soffio del vento e la luce
scarlatta del sole scorrevano come sangue fresco, pulito, nelle sue vene.
Not un piccolo stormo di rondini planare dal
fiume verso la sua postazione, lente, composte e
pettegole come suore. Quando le salut gentilmente
e domand loro che nuove portassero, fu tutto
un accavallarsi e un rincorrersi di cinguettii. Gli
umani erano imprigionati nelle loro case, in ogni
quartiere della citt, annunci una. Gli uffici, le
scuole, i bar, i negozi erano chiusi, tranne quelli
di medicine e alimentari e fortunatamente i negozi
di cibo per animali. Lo erano in tutte le citt, e
non solo di quella regione, aggiunse un'altra, che
lo aveva saputo da una cinciallegra in transito. Non
c'era bisogno di interpellare i migranti, la rimbecc
una terza: in quel silenzio bastava ascoltare i segnali
delle colonie di uccelli che di ramo in ramo,
di tetto in tetto, di traliccio in traliccio avevano
cominciato a trasmettere le nuove, sconvolgenti,
esclusive notizie da tutta la terra.
Furono interrotti, e questo sorprese anche la gatta,
cosa che avveniva di rado, da un suono che si
alzava dai balconi intorno. Era musica. Gli umani
chiusi nelle loro gabbie stavano cantando proprio come gli uccelli. O, meglio, come uccelli in gabbia.
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Capitolo 3. Ne moriranno migliaia.
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MoMo, pur non leggendo i giornali, sapeva che
guai si stavano preparando. Il suo udito pareva
essersi sviluppato esageratamente, cosicch non
solo riusciva a intercettare le cronache trasmesse
in tempo reale dall'ansimo del suo amico labrador
due vie pi in l come se lo avesse sotto il muso,
ma coglieva notizie in diretta da ogni ringhio, abbaio,
uggiolio, mugolio, guaito, latrato o ululato
di ogni cane di grandi o piccole dimensioni, forte
o fragile muscolatura, lungo o corto pelo a partire
dal quartiere in cui viveva fino a chiss dove.
Vox Canis, Vox Di: il contagio era arrivato. Ma
il primo segno concreto del grande mutamento fu,
appena sceso in strada, il desiderio irrefrenabile,
e infatti non lo fren, di starnutire. Cacci con
insigne veemenza e grande scuotimento di tutto
il corpo uno starnuto squassante, demonico, panico,
come gliene uscivano quando il suo padrone
gli spalancava la portiera della macchina appena
arrivavano in spiaggia in un limpido giorno di maestrale.
Poi un altro e un altro ancora, tanto che si
domand, scrollandosi perplesso, se non avrebbe
passato il resto dei suoi giorni a starnutire. Ma
no, semplicemente l'aria era pulita perch le auto
erano ferme. Di qui anche la portata dei suoni che nel silenzio della citt penetravano le sue orecchie tese di pastore.
Fatic a ricomporsi e a darsi un minimo di contegno,
tanto che subito fuori dal portone scialacqu
maldestramente una met abbondante del prezioso
fluido in genere razionato per gli abituali disegni
di conquista del territorio. Con coscienza pi lucida,
il muso basso a fiutare ogni pista investigativa
del fondo stradale, punt la piazza. Sembrava una
scacchiera i cui pezzi fossero stati concepiti dalla
mente folle di un allevatore inglese maniaco degli
incroci. Dislocate a regolari intervalli intorno ai
lampioni le poche presenze erano figure ibride come
centauri, se non licantropi: coppie uomo cane
e cane donna in posa nei loro riquadri come concorrenti
senza pubblico di un'improvvisata esposizione antropocanina. Sembrava a MoMo che non
esistessero pi cani perduti senza collare, quasi che
si fosse avverata una grande utopia. Inoltre, mentre
i cani secondo abitudine si avvicinavano l'uno
all'altro il pi possibile, la componente umana si
manteneva a rigida e diffidente distanza sociale,
dando alle effusioni di segugi e meticci, levrieri
e bassotti, mastini e barboncini parecchio filo di guinzaglio da torcere.
E si poteva notare come non fossero i padroni a
portare a passeggio i cani, ma il contrario. Difficile
descrivere un tale ribaltamento di prospettiva. Come
diceva quel francese, si crede di dover portare
fuori il cane a mezzogiorno e a sera per i suoi bisogni
corporali, ma  un grave errore: sono i cani che
ci invitano due volte al giorno alla meditazione. In
effetti non  mai chiaro, nelle rodate abitudini e
negli itinerari prestabiliti che accomunano uomini
e cani a passeggio, chi guidi e chi segua.  di solito
un'impresa in cui il comando viene equamente suddiviso:
il cane detta il percorso, l'uomo i tempi, ma
pu accadere che l'uomo cambi tragitto a capriccio
o che il cane rivendichi per sopraggiunte esigenze
pause pi lunghe. Adesso era tuttavia evidente che
l'equilibrio di quell'accordo vacillava e il cane aveva
conquistato il maggior peso cosicch l'uomo gli
aveva conferito pieni poteri. La conferma arriv al
crocicchio della fontanella, quando ebbe uno scambio
ravvicinato e assolutamente non spiacevole con
una border collie, da sempre le pi affidabili per via
di quel loro indomito cuore scozzese, che nell'occasione gli confid le ultimissime.
A quanto pareva, i soli umani autorizzati a uscire
di casa erano i possessori di cani, tenuti in quanto
tali a esibire alle ronde di polizia legittimo titolo di
propriet. Si mugolava addirittura - ma forse era una
boutade - che fossero gi comparse tariffe orarie di
noleggio canino, per dare la possibilit di fare due
passi agli stolti sprovvisti di cane proprio. In altre
parole, i cani erano i soli cittadini di cui non fossero
stati calpestati, protestavano alcuni umani, i diritti
costituzionali, in primis la libert di circolazione.
A MoMo vennero in mente quei cartelli umilianti
affissi alle vetrine dei negozi, con un cane barrato
e la scritta Io resto fuori, e vi lesse ora una beffarda rivincita della sua specie.
Quando il pomeriggio declin e la luce si fece
radente, dalle case si alzarono le note dell'inno nazionale
e, poco dopo, un applauso. Le finestre e le
terrazze esponevano bandiere. MoMo non ne aveva
mai viste sventolare tante, neanche per le feste
nazionali o le vittorie ai campionati mondiali di
calcio. Quanto al battimani, non comprese l per
l a chi fosse rivolto: ai cani? Ai padroni di cani?
O a qualcun altro in quel momento in strada? Ma
passavano, anzi sfrecciavano ululando, solo i furgoni
bianchi con su la croce rossa, lacerandogli le
orecchie che cercava di abbassare il pi possibile,
e poi ogni tanto, pi lente, le camionette lampeggianti
della polizia. A chi fosse destinato l'applauso
partito quel giorno, che la folla affacciata alle finestre
ne fosse gi o non ancora consapevole, MoMo
lo avrebbe, purtroppo, realizzato presto.
Dal giorno successivo lo stato delle cose cambi
ancora pi radicalmente. Quello che l'uomo
chiama stile di vita, ma che in realt spesso subisce
come se non fosse libero di scegliere, per il cane
non  n scelta n schiavit, ma un'educazione
naturale. Nessun metodo, nessun esercizio umano
possono eguagliare la naturalezza di un cane nello stare sempre sul chi vive. Che cos' un corso di
storia o filosofia o poesia, per quanto ben scelto,
o cosa sono la migliore frequentazione o la pi ammirevole
pratica di vita, di fronte alla disciplina di
guardare sempre ci che deve essere veduto, fiutare
ci che deve essere annusato, fare ci che deve
essere fatto? L'uomo l'aveva dimenticata e il cane,
per quanto gli stesse accanto, non era mai riuscito
del tutto a ricordargliela. Solo certi santi o mistici
avevano intuito quell'obbedienza e prendendo
a modello la devozione, l'equilibrio e la gioia del
cane erano divenuti amici del loro dio come il cane lo era dell'uomo.
MoMo ricominci dunque tutto dall'inizio, senza
un fiato sulle vecchie abitudini perdute: niente
pi fattorino al quale abbaiare, niente pi salsiccia
acchiappata al volo dall'amico oste sotto casa, niente
pi partite di calcio, che diventavano presto di
rugby, per degenerare in gioiose colluttazioni corpo
a corpo, all'uscita della scuola. Questa era una
delle lacune pi inquietanti. Non si sentivano le
voci dei bambini che giocavano a palla. E, come
se la generazione pi giovane e quella pi vecchia
si fossero messe d'accordo, non si vedevano pi
nemmeno gli anziani solitari sulle panchine. C'erano
i loro cani, ma abbinati a sagome anonime, contraddistinte
tuttavia da due peculiarit. La prima
era il non assomigliare a coloro che tenevano al
guinzaglio: tutti i cani, guardando un loro simile,
sanno benissimo riconoscerne il padrone in virt
di quell'affinit che si trasmette per simbiosi, per
empatia, per sacro mistero tra una coppia di esseri
che si amano davvero, qual , fra le altre e spesso
pi di ogni altra, quella composta da cane e padrone.
La seconda era l'essere tutti grossomodo della
stessa et, che si sarebbe potuta definire mediana,
e cio, stando alle cabale dei cerusici, quella di
un cane di cinque anni moltiplicata per sette. Era
come se le tre et dell'uomo si fossero contratte in una sola.
A questo proposito, tra i cani si narra la seguente
storia. Un giorno il grande cane con le ali accovacciato
sulla collina pose un indovinello al re
zoppo: - Quale essere, pur avendo una sola voce,
si trasforma in quadrupede, bipede e tripode? - Il
re ci pens su e poi sicuro di s rispose: - L'uomo.
- Perch? - gli domand allora il cane alato. - Perch
da piccolo va gattonando, da adulto cammina
su due gambe e da vecchio si aiuta con un bastone.
- Risposta sbagliata, - sentenzi la sacra bestia. E
prima di congedarlo gli spieg: - L'uomo quando
 avanti con gli anni non si regge a un bastone, ma
a un guinzaglio, e alla fine di quel guinzaglio c' il
cane. - Qual  allora la risposta giusta? - domand
il re, voltandosi mentre si allontanava zoppicando.
Il grande cane allarg in un sorriso le sue guance di
donna: - Il sapiente. Che sa trasformarsi da bestia
in uomo e da uomo unirsi alle bestie.
Ora, a giudicare dalla ricognizione nel parco, la
terza et sembrava essere stata separata dalla sua
parte animale. Esplorando le vie intorno vide due
vecchie calare un bassotto dal balcone, giusto il tempo
di fare quel che doveva in cortile, e poi tirarlo
su col guinzaglio a pettorina. Fu in parte rassicurato
e in parte stupefatto, non dalla pi che assodata
adattabilit del cane a ogni pi impensata umana
richiesta, condizione o esigenza, ma dalla rapidit
con la quale l'assurdo si era fatto norma. Poco
dopo cominciarono i pianti. Molti di quei cani - li
conosceva a uno a uno - avevano visto per l'ultima
volta i lineamenti dei loro padroni disegnarsi e
sparire sotto le luci lampeggianti delle ambulanze.
E poich ogni cane percepisce con esattezza come
sta il suo padrone, ognuno di loro lo sapeva in quel momento in pericolo di vita.
Anche MoMo era in pena per Lui. Non si faceva
vedere ormai da due giorni. Era abituato alle
assenze del padrone: le emergenze facevano parte
del suo lavoro, per questo Lui lasciava la porta del
cortile sempre socchiusa, cos che MoMo potesse
uscire e rientrare quando voleva. Il loro era un gentlemen's
agreement, un reciproco adattamento Ma
stavolta aspettava il suo ritorno con un desiderio,
un tormento, uno struggimento ancora maggiori
di quelli che ogni cane prova da sempre quando il padrone non c'.
In molti hanno cercato di descrivere la felicit
del cane quando il padrone rientra a casa, non
importa se dopo un mese, un giorno o un'ora, se
dopo essere uscito per sbrigare una commissione o
partito per l'altro capo del mondo. Se non si  cani
non la si pu n capire n tanto meno raccontare.
 come se ogni volta l'assenza fosse per sempre, e
ogni volta si compisse il prodigio primaverile della
resurrezione. Zitto, zitto! Non  forse il mondo
divenuto perfetto in questo momento? sente
il cane mormorare una voce dentro di s, quando
avverte il respiro e il passo noto che si avvicina e il
tintinnio delle chiavi e lo scattare della serratura e
la porta che si apre e finalmente lo vede, pari agli
di, accovacciarglisi davanti e da vicino ascoltare
il suo uggiolio. Dolce suona la sua voce e il suo sorriso
lo accende di amore e gli fa quasi scoppiare il
cuore in petto. Poi il cane, simile a una nave che
si culla nella pi quieta delle baie, gli riposa vicino
come a una terraferma, fedele e fidente, in attesa
di venirgli avvinto con fili invisibili. Oh felicit!
Oh felicit! Vuoi forse cantare, anima mia?
Altrettanto ineffabile fu il giubilo di MoMo
quando, tornato a casa, trov che Lui c'era, era l.
Stava in silenzio sul divano con gli occhi fissi sulle
immagini del telegiornale. MoMo, come si  detto,
non aveva bisogno di telegiornali per sapere in
che guai la specie umana fosse e quanto direttamente
coinvolgessero il suo padrone. Si rassegn
pertanto a una razione minima di pacche e grattate
e a un'ancor pi blanda reazione alle giravolte,
ai salti e agli ansimi della sua rumba, ritmati dai
colpi di frusta della sua coda. Dopo essersi messo
a pancia all'aria, e avere atteso inutilmente il rito
del solletico, si era da poco accucciato ai piedi del
sof con le zampe incrociate sotto il muso e cercava
di distrarsi seguendo da sotto le palpebre socchiuse
lo zigzagare incoerente di un moscone ansioso,
a quanto pareva, di portare notizie al regno
dei suoi simili, quando Lui si alz di scatto al ronzio
del cellulare e gli parl dentro in tono secco,
indurendo il discorso con parole difficili che MoMo
non avrebbe saputo ripetere, ma in cui riconosceva
i termini tecnici del suo mestiere, che ogni
volta udiva e dimenticava. Ma cap bene, con un
tuffo al cuore, le due battute con cui Lui concluse
la conversazione: - Dei nostri, in tutto il mondo,
ne moriranno migliaia -. E poi, quasi con ironia:
- Ma quali eroi,  il nostro mestiere -. E MoMo
ricord allora quello che si dice sempre: nessun cane dovrebbe sopravvivere al padrone.
...
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...
Capitolo 4. Aprile, il pi crudele.
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L'esodo dei gabbiani era stato roboante, maestoso,
malmostoso, preceduto da fitte confabulazioni
e vertiginose evoluzioni. Era celebrato adesso,
oltrech dal tubare continuo dei piccioni, dai
cinguettii sempre pi sonori di passeri e pettirossi,
dai fischi da carrettiere dei parrocchetti e dai gorgheggi
dei cardellini e delle capinere tutto lungo
il fiume davanti alle finestre della casa, come anche
quella mattina, affacciandosi, pot constatare
la gatta bianca. C'era bel tempo, quel tempo che
anticamente si chiamava degli alcioni, dal nome di
certi uccelli di mare, parenti oggi estinti del martin
pescatore, che, quando facevano il nido, per una
legge di natura portavano giorni che si potevano
distinguere da tutti gli altri per la loro nitidezza. In
quei giorni dal cielo trasparente come uno specchio
si scioglieva uno struggimento simile alle note piene
di tristezza e di lacrime che mandavano gli alcioni.
Aprile  il mese pi crudele, confonde memoria
e desiderio. La primavera nei tempi passati era la
stagione delle campagne militari. La citt silenziosa
e deserta faceva pensare ai campi fioriti di certe
antiche battaglie. La gatta perlustrava dalla finestra
il terreno, poi tornava ad ascoltare le parole degli
umani, sdraiandosi con noncuranza nei recessi pi
morbidi delle loro stanze. Si stupivano che l'erba
crescesse tra le pietre dei selciati dei centri storici
e che questi avessero preso l'aspetto di grandi prati,
come se le loro architetture, i templi, i palazzi, i
monumenti, le fontane, le statue fossero stati sollevati
da mani invisibili e fosse stato srotolato sotto
di loro un tappeto verde. Il regno vegetale cooperava
in effetti alacremente, come natura vuole, con
quello animale, avviluppava in tralci d'edera le biciclette
lasciate appoggiate ai pali, formava aiuole
spontanee intorno alle auto in sosta vietata ormai
da un mese, sostituendo con zelo le strisce dipinte
dei parcheggi a pagamento. Dalle crepe dei paracarri
di pietra spuntavano violette e margherite,
sui cigli delle strade, tra la mentuccia e le ortiche,
fiorivano i nontiscordardim.
Non ti dimenticare di noi, sembravano dire
all'uomo le piante. E gli uomini imbavagliati, costretti
a pochi passi affrettati nelle strade vuote,
dove si alternavano vanamente i riflessi verdi e
rossi dei semafori, contemplavano l'antica rinascita
primaverile e la catturavano negli scatti dei loro
cellulari come se fosse stata una cosa eccezionale
e sorprendente. Aveva detto qualcuno, ricordava
la gatta, che la vicinanza della morte intensifica il
sentimento della vita negli umani che sembrano
averlo smarrito, contagiati dal germe della dimenticanza,
catturati dalle loro cieche e inderogabili
faccende. Adesso, incalzati da un altro contagio,
isolati nella loro societ, tallonati dal continuo agguato
della morte che domina la vita delle bestie,
osservavano rabbrividendo l'epifania della natura
come all'alba dei tempi.
Guardavano ma non vedevano quello che invece
incontrava lo sguardo della gatta bianca, perch
non erano pi abituati a distinguere altro da ci
che avevano davanti agli occhi e solo a pochissimi
umani era stato lasciato il dono della visione, che
hanno invece conservato tutti gli animali, come il
gufo o la civetta, o il cavallo bianco, o le renne inquiete
o i chiaroveggenti elefanti, per non parlare
dei poteri del cervo. Di cui la gatta bianca, passeggiando
una notte, ebbe conferma.
Col cuore in gola, nella citt buia e deserta, il
padre di famiglia divenuto ladro aspettava in agguato
il primo passante. E invece venne un cervo,
che gli si ferm davanti senza timore, ma con occhi
calmi e mansueti. - Prendi me, - disse, - uccidimi,
vendimi e avrai di che sfamare la tua famiglia -. E
il ladro sul punto di affondare il coltello ferm la
mano un attimo prima di non riconoscerla pi, nel
bagliore improvviso che si sprigionava non dalla
lama, ma come da una falce di luna che si fosse coricata
tra le ampie corna del cervo. E mentre queste
come forbici di sarto lo liberavano dei vestiti, lui,
non pi uomo n ladro, lanci un bramito di gioia
e corse per primo davanti al nuovo compagno che
gli sussurrava: - Avere coraggio  spaventare ci
che ti spaventa.
In casa l'uomo, la donna e il ragazzo passavano
il tempo davanti ai dispositivi accesi che crepitavano
di notizie. La gatta bianca muoveva nervosa
la coda a sentirne alcune. I grandi uccelli meccanici
erano fermi sulle piste degli aeroporti, pigiati
in fila come polli in batteria, e si vociferava di un
loro abbattimento. Per la prima volta in Cina cani
e gatti erano stati esclusi dall'elenco ufficiale degli
animali commestibili. Un capo di Stato, dopo
avere negato la pericolosit del contagio, era stato
ricoverato in rianimazione per averlo contratto.
Era stato annullato il trentanovesimo raduno internazionale
degli spazzacamini.
I templi erano vuoti, basiliche, sinagoghe, moschee,
santuari induisti e giainisti, buddisti e scintoisti,
zoroastriani e rastafariani, tutti erano chiusi.
I gran sacerdoti di ogni religione o culto sembravano
dire all'uomo: vade retro, non possiamo aiutarti.
Ma molti, in mancanza di chiese, si rivolgevano alla
natura come a un tempio, e meditando attribuivano
il contagio a una colpa dell'uomo, come avevano
fatto quasi sempre in passato. Ma per la prima volta
ora tutti sembravano d'accordo, cosa assai rara
quando si parla di religioni, che il crimine fosse
verso la sacralit della terra, e un sacrilegio contro
gli animali, e che il contagio fosse dovuto alle stesse
cause che provocavano la loro estinzione. Su un
muro era comparsa la scritta: Il virus  il vaccino
e noi siamo il virus della natura.
Per il resto, tutto si svolgeva secondo le ragionevoli
previsioni della gatta bianca. Nei fiumi, nei
canali e nelle lagune erano accorsi i pesci, e i cigni
allungavano il collo a guardare lo spettacolo delle
vie e piazze deserte. In mare, agli imbarchi dei traghetti,
non avevano resistito a curiosare i delfini.
I cerbiatti avevano vinto la timidezza ed esercitavano
le zampe sottili avventurandosi sugli scalini
delle case sprangate dei paesi. Un capriolo esultava
tra le onde che si infrangevano nel litorale solitario.
Gli animali che a differenza dei gatti avevano
avuto fino ad allora - e la gatta bianca non poteva
non ritenere giustamente - timore dell'uomo, ora
si affacciavano nel suo territorio indifeso come in
una citt spopolata alla fine di una guerra. Ma stavolta la guerra era appena cominciata.
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Capitolo 5. Madri.
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Mamma anatra si affrettava nervosa come sempre
ad attraversare le strisce pedonali, starnazzando
rimproveri al corteo di anatroccoli che nonostante
il severo tirocinio si divertivano a uscire
dai ranghi e ad allungare le piccole zampe palmate
sul nero dell'asfalto. - In fila per uno! - strillava,
girando a destra e a manca il becco. Non doveva,
la stirpe delle anatre, apparire da meno degli altri
pennuti nella disciplinata osservanza delle geometrie
urbane, nella fedelt all'imprinting che induce
ogni animale al rispetto dei limiti, dei confini, dei
tracciati. Era stata una gara, in quei due mesi, fra
tutti loro. Ma gli attraversamenti delle strisce pedonali
erano oramai consolidato appannaggio dei
paperi - una concreta e realizzata paperopoli - cos
come quelli delle strade statali e provinciali lo erano
degli orsi - o per meglio dire delle orse, poich
in quella stagione era tutta femminile l'espansione
territoriale, e gli esemplari adulti erano sempre seguiti
dalle loro nidiate, o cucciolate, che per la prima
volta da secoli addestravano il passo sul manto
stradale umano, ai loro genitori e nonni precluso.
Anche le cinghialesse facevano fatica a tenere a
bada i cinghialini, che trottavano per le vie vuote
e curiosavano sotto i portici, e cos le piccole volpi
dagli occhi accesi e le famiglie di istrici dalla lenta
andatura. Per non parlare di pecore e capre, che con
impunit di gregge scavalcavano muri e recinzioni
e si riversavano ovunque, seguite da masnade di
capretti e agnellini, invadendo villaggi e periferie,
sovvertendo, loro, la metodica e burocratica ripartizione
degli spazi che mammiferi, rettili e volatili
si erano tacitamente autoassegnata.
La verit, rifletteva mamma anatra mentre spazientita
si era indotta a tornare indietro di tre strisce
per dare qualche ben assestato colpo di becco
(d'altronde non c'era pericolo ad attardarsi: la strada
era sgombra a perdita d'occhio),  che la vanit
si era insinuata tra gli animali cosiddetti di citt, in
realt campagnoli inurbati, insicuri provinciali. La
provincia esiste anche nelle metropoli, perch non
 nella geografia, ma nell'anima. E se esiste nell'anima
non pu non esistere, per definizione, tra gli
animali. Prendiamo i parvenu per eccellenza - pensava
mamma anatra, che era finalmente riuscita a
rimettere insieme la fila come nella copertina del
disco di quei musicisti dal nome di insetti -, i gabbiani
di citt. Sono venuti qui a cercare fortuna,
l'hanno fatta, ma guardateli al tramonto mentre si
ritrovano a bere nelle fontane monumentali come
fossero in un qualsiasi bar di paese, sperando di finire
in qualche foto di turisti. Illusioni mai perdute,
vacui esercizi, considerata anche l'esiguit del
pubblico umano attualmente presente.
Il quale era per giunta costituito in maggioranza
- se tale si poteva definire in quel deserto - da corridori,
velocisti, maratoneti, podisti, che guardavano
dritto davanti a s, gli occhi persi nel nulla, le
orecchie sigillate da tappi collegati a fili mediante
i quali, probabilmente, si astraevano ancora di pi
dal mondo circostante. I volatili, le anatre per prime,
sanno dove andare, rispettano le leggi e le regole
assegnate a questa parte di universo. Mentre
quei navigatori del vuoto le ignoravano cos come
si ignoravano l'un l'altro, concentrati nella loro solita
vana corsa contro il tempo, al punto da non accorgersi
che, per una volta, il tempo si era fermato
ad aspettarli. Questo si diceva mamma anatra, non
senza un filo di invidia per quei piedi veloci.
Ma per fortuna stava raggiungendo il fiume.
Gli anatroccoli, traghettati al di l del marciapiede
fino alla spalletta, si precipitarono saltellando
disordinatamente gi per i gradini che scendevano
dall'ombra dei platani e si tuffarono senza esitazione,
come fanno spesso i bambini, in un punto
al riparo dalle correnti, tenendosi vicini all'argine
e giocando tra loro. Mamma anatra con sguardo
professionale li cont, li segu, li super e finalmente
si mise a nuotare nell'acqua sempre pi limpida
col passare delle settimane, prendendo un po' di
tempo per s, per il suo allenamento quotidiano,
per la soddisfazione tutta femminile di non essere
solo una madre. Il pensiero corse alle madri umane,
chiuse in casa giorno e notte in quei mesi di
quarantena, strette d'assedio dai loro cuccioli con
il dovere di coordinare senza tregua n deroga le
continue logoranti necessit delle loro ancora fragili
vite, di disciplinare ogni intemperanza, capriccio,
rabbia che quei tempi tristi inevitabilmente portavano
all'animo infantile. Che ha paura del buio,
perch al buio vede o crede di vedere; che alla luce
sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute
mai; che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi,
alle nuvole, alle stelle; che popola l'ombra di fantasmi
e il cielo di di.
Grande  la bellezza dell'anatra quando nuota
assecondando la corrente, o risalendola o abbandonandosi
al vorticare di un mulinello, o immergendo
il capo di smeraldo nel cerchio disegnato dal guizzo
di un pesce, le piume lustre, appena dischiuse.
Quanto evidente  la sua grazia mentre scivola leggera
sull'acqua del fiume, che scorre sempre uguale
e non  mai la stessa, tanto  nascosta quando
questa sovrana dell'azzurro cammina trascinando
maldestra, perfino ridicola, le sue zampe palmate
fuori dell'acqua. Nel suo elemento cos bella
ma esule sulla terraferma, somiglia a certe donne
gravate dall'esistenza ed esposte allo scherno dei
presenti, che risorgono per come fenici quando
all'improvviso, al levarsi di una melodia, prendono
a danzare e trasportate dal flusso della musica
rivelano la loro segreta bellezza e un accordo con
la natura che solo gli spiriti eletti sanno scorgere
di l dalle apparenze. Si narra che un retore, guardando
danzare ad Antiochia una ballerina di strada,
confessasse che avrebbe voluto reincarnata in
lei la sua anima di sapiente. Si tramanda che una
scrittrice inglese fosse disposta a rinunciare al suo
ottimo greco classico pur di saper ballare il foxtrot.
 risaputo che una ragazza povera e orfana
pu conquistare il cuore di un principe danzando
su scarpette di cristallo.
Mamma anatra danzava in ampie traiettorie sinuose
sopra e sotto il pelo dell'acqua tersa. Lasciando
il riflesso abbagliante del pomeriggio imbocc
il varco d'ombra del grande ponte, i cui archi sormontavano
la corrente che al di sotto si frantumava
scrosciando su una secca di larghe pietre vischiose.
Fu li, nella frescura dove le alghe si intrecciavano
alle pallide corolle primaverili cresciute tra erba e
muschio come un sepolcrale prato fiorito, che vide
adagiata una donna. La sua figura bianca semisommersa
tra gli scogli fluttuava come un grande
giglio. Sul greto, a poca distanza, si vedevano oggetti
sparsi, piovuti dall'alto; altri galleggiavano
nella corrente. I lunghi capelli rossi nascondevano
appena il seno nudo, turgido come di chi stesse allattando.
In tutta la natura, al di l delle specie, una
madre sa riconoscerne un'altra. Nel volto terreo,
segnato dalle occhiaie, nelle braccia livide, in tutto
ci che emergeva del corpo si leggeva lo sfinimento
della femmina che deve nutrire i suoi piccoli ma
non ha di che sfamare neanche se stessa. Forse, si
disse mamma anatra accelerando con pi colpi di
zampa, si era lasciata cadere dal ponte.
Quando le fu vicina pot accertare con sollievo
che non era n morta n, all'apparenza, ferita. I suoi
occhi fissavano la profondit del fiume. Quando si
sollevarono a guardare l'anatra, accadde qualcosa
di cui in generazioni di palmipedi non si era mai
avuta esperienza. La donna emise un canto che era
insieme dolce e funebre, come di canzone zigana
o ninnananna. Diceva di giardini e di fontane e di
parole antiche, e del tempo che passa, del mondo
che ruota e dell'amore, la sola forza che non muta.
Quel canto subito calamit verso di lei le femmine
di ognuna delle specie che abitavano il fiume e
le sue sponde. Carpe e rovelle, gallinelle e farfalle,
anguille e libellule, bisce e raganelle, colpite dai
raggi del sole, facevano verdeggiare intorno a lei l'aria e l'acqua.
Al cospetto di quel corteggio di coreute, avvolta
in quella nuvola vibrante, la donna si alz mollemente
dallo scoglio, poi con inaspettato vigore
si tuff. Il fiume si richiuse intorno a lei e tutte
le creature rimasero col fiato sospeso a guardare
i cerchi che si allargavano nel punto in cui si era
inabissata. Finch l'acqua, dopo aver preso a mulinare
come il fuso di Ananke, lasci emergere una
gigantesca coda di pesce, che contorse le sue scaglie
di giada e turchese, per poi reimmergersi e lasciare
affiorare il busto nudo dai seni turgidi su cui i
capelli si incollavano come alghe rosse.
L'anatra tuff il capo seguendo la sirena. Si dice
che le sirene non danzino, n tanto meno le anatre.
In realt lo fanno, ma solo allo sguardo di pesce o
di tritone o di annegato o altro abitante del fondo
marino  dato vederlo. Poich nulla appare in
superficie di quella danza acquatica sincronizzata.
Come nei balli russi o greci o balcanici, a eseguire il
movimento  solo la parte inferiore del corpo. Cos
l'una, il busto eretto, si spostava in avanti flettendosi
a ritmo con le spinte della coda verdeazzurra.
L'altra, il collo teso, distendeva all'indietro le zampe
arancioni seguendo il medesimo flusso, che era
della corrente e della musica. E insieme scivolarono
armoniose sotto e sopra la superficie dell'acqua,
verso la foce del fiume e il mare aperto: uccello,
donna, pesce. E nessuno avrebbe potuto dire quale delle loro nature non si trovasse nel suo regno.
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Capitolo 6. Era di maggio.
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Era di maggio e cadevano a grappoli le ciliegie
rosse. L'aria era fresca e i giardini odoravano di rose
a cento passi. Scorreva il tempo, il mondo girava,
ma la piaga del contagio non si seccava, come l'acqua
dentro la fontana dell'oblio alla quale un tempo
l'essere umano aveva bevuto a larghi sorsi.
La gatta bianca usc di casa prima del solito.
Soffriva a stare con gli umani. Da tempo ormai era
svanito il calore che aveva inizialmente percepito
vibrare intorno a loro e ai loro vicini, mentre si
parlavano dai ballatoi e appendevano cartelli variopinti
come i drappi sacri che scacciano la morte nei
giorni delle processioni di primavera. Quell'aura di
energia dorata, fiammante, si era trasformata in un
freddo alone di nerume, che disegnava le figure immobili
dei tre abitanti della casa e le separava l'una
dall'altra, chiuse nei loro gusci di solitudine e angoscia
come le figure sacre delle icone bizantine nelle
loro mandorle, mentre intorno lampeggiavano e
ululavano le ambulanze e le pattuglie della polizia.
Secondo un filosofo francese, tutti i problemi
dell'uomo nascono perch non riesce a stare seduto
nella sua stanza. Ora la quarantena obbligava gli
uomini a farlo. Questo in fondo era un bene, perch
dava loro la possibilit di fermarsi e riflettere
che questo mondo  nato come un unico essere vivente
dotato di anima e intelligenza, e che sotto
il velo dell'apparenza ogni vita umana non  altro
che un breve sogno dello spirito infinito della natura,
pensava la gatta bianca mentre imboccava il
belvedere archeologico senza incrociare, letteralmente,
neanche un cane. E si che in quel periodo i
cani erano tutti in strada, insieme ai loro padroni.
Le venne in mente MoMo e si domand se anche
lui, nel luogo in cui viveva, fosse continuamente
trascinato in giro per fare sgranchire le gambe a
qualche umano. Ma ormai a troppi la morte aveva
sciolto le ginocchia e a chi restava in piedi mancava
la forza o il coraggio, a quanto pareva, almeno
in quel primo, stregato pomeriggio, di fare anche un solo passo.
La gatta, arricciando impercettibilmente le narici
ad annusare l'aria, si infil nella porticina che
si apriva nel muro tra due colonnacce di marmo
circondate da ortiche, e si accinse a intraprendere
l'accidentato percorso che portava all'antica cloaca
passando per i ruderi sotterranei, gi infastidita
alla prospettiva del meticoloso lavoro di igiene
personale che avrebbe dovuto fare al ritorno. Era
a caccia di topi. O, meglio, del loro re.
Da molte settimane ormai, da quando era stato
dato il via libera all'operazione che il re dei topi
aveva ideato e il suo compare volante aveva eseguito,
il piccolo sovrano era impegnato in una tourne
tronfia e trionfale nel sottosuolo delle capitali, e
adesso era arrivato in citt. I segni della sua presenza
erano ovunque. Un movimento frenetico di
squadre, squadroni e squadracce innervava le rovine
del foro. Gli sterpi che in parte nascondevano il
pertugio che dava adito alla condotta sotterranea
crepitavano di pattuglie e drappelli, e delegazioni
di ogni quartiere venivano a prendere ordini e a
fare rapporto. Ufficiali di complemento e genieri
allestivano le furerie e le impalcature per l'imminente
parata notturna e per il discorso del capo.
La proclamazione d'indipendenza e la fondazione
dello Stato autonomo dei topi, terra franca dove
far crescere il benessere del loro popolo, insieme
beninteso ai traffici dei capipopolo, era questione
di giorni se non di ore. Le superpotenze dell'aria,
dell'acqua e della terra avrebbero mantenuto l'impegno
e cos anche i sorci avrebbero avuto un regno
al sole. Grande era la confusione sotto il cielo
e la situazione era quindi eccellente.
Ma nel frattempo i topi continuavano ad acquartierarsi
dove non batteva il sole. Adattati gli
occhi all'oscurit, come la sua stirpe sa fare in pochi
istanti, la gatta bianca vide i primi picchetti di
guardia. Un gruppo di ratti di strada addossati alle
rovine di tufo rosso all'ingresso del quartier generale
controllava il territorio e segnalava andirivieni
sospetti al checkpoint di quella soglia incerta, il
grigio mondo di mezzo, in cui la candida silhouette
della gatta avanzava ora con l'energia trattenuta di
un maestro d'arti marziali.
La sua presenza fu subito notata. La guardavano
in silenzio ma a modo loro, n pi n meno che
se fosse stata una pietra o un albero morto. Pass
oltre, sicura che presto avrebbe incontrato il capo
mandamento. Fatti pochi passi il terriccio, man
mano che il pendio digradava, diventava melma,
e il buio cresceva, rischiarato solo a tratti dalle lame
di luce che filtravano dalle crepe dei laterizi.
Trattenne il disgusto concentrando l'olfatto solo
sui possibili pericoli. E d'un tratto lo sent.
- Tanto va la gatta al fango che si sporca lo zampino,
- squitt beffarda la voce del gerarca nell'oscurit
punteggiata da una dozzina di occhi rossi: la sua
batteria. - Chi nasce gatta piglia i topi al buio, -
replic lei, avanzando imperterrita. - Al buio tutte
le gatte sono grigie, - sghignazz la corpulenta figura,
che da vicino apparve alla gatta bianca quella
di un ratto dal pelo viscido e solcato da cicatrici di
battaglia. - Chi troppo ride ha natura di ratto ma
chi non ride  razza di gatto, - soffi, e subito, con
un sorriso: - Vengo a portare i miei omaggi al capo
dei capi. - Pensi che saresti ancora viva se non lo
sapessimo? Il re ti sta aspettando.
Inarrivabile  il distacco del felino, inscalfibile
il suo agio, inespugnabile la sua indifferenza - perfino
- dinanzi alle creature viventi. Raro  che si
faccia impressionare da qualcosa - tanto meno se
quel qualcosa ha l'aspetto di un sorcio. Ma quando
la gatta bianca, preceduta dal capo mandamento e
scortata anzi incalzata dai suoi sgherri, imbocc il
terzo girone, ancora pi stretto e scosceso dei due
precedenti, dovette ricorrere a tutto il suo autocontrollo
per non inarcare la schiena e non gonfiare
il pelo. Le sue delicate zampe rosa non erano
pi immerse nella melma, ma arrancavano su una
pullulante, sussultante, stridente bolgia di corpi
ammassati che lastricavano la via verso la sala
del comando. Non soltanto sotto, anche sopra, e
di lato: il cunicolo era un budello che si insinuava
nelle cavit palpitanti di un unico organismo fatto
di code e denti, pelli viscide e peli irsuti, e fiati e
squittii, e si contorceva in uno spasmo che ricordava
quello degli intestini, di cui aveva il fetore,
o quello, non dissimile, dei pensieri di un ossesso.
Cap la paura che l'uomo prova per i topi, come
aveva ben indovinato il medico viennese che partendo
dall'uno e dagli altri aveva aperto il vaso di
Pandora di quelle che gli umani chiamano nevrosi.
Finalmente si apr sopra di loro l'immensa volta
sbrecciata della sala del trono, sancta sanctorum
dei sorci, bunker dei ratti, cripta delle pantegane.
Uno sciabordio indic alle orecchie della
gatta bianca che i pretoriani si erano schierati nel
condotto allagato al di l del quale si innalzava il
seggio supremo. Migliaia, stavolta, di occhi rossi
erano puntati su di lei. Avanz di qualche passo
fino al bordo di quello stige dal liquame denso e
privo di riflessi e immerse le pupille dilatate nello
sguardo inconfondibile del re.
- Sei venuta per mangiarmi? - fu il suo saluto
sarcastico, subito seguito da uno scroscio esilarato
di squittii che echeggiarono sinistri nella cupola
buia. - No, - arricci lei il naso, - per negoziare.
- Si pu negoziare su tutto nelle fogne, - ghign
lui alzando i baffi. - La tua strategia. Il contagio
 andato troppo oltre. - Questo ti manda a dire
l'uomo? - E lei, risentita: - Un gatto non parla
a nome di nessuno, - miagol muovendo la coda,
- e quanto agli uomini stanno lottando con la
morte. Chi non muore  come se morisse, sfinito,
oppresso dal terrore, annientato dagli orrori che
come acque lo circondano tutto il giorno e tutti
insieme lo avvolgono. Lontano da amici e conoscenti,
gli sono compagne solo le tenebre. Ma c'
chi sta imparando, proprio come voleva la balena.
Perci, - alz lo sguardo, sfidando la nebulosa di
occhi che la fissavano dall'emiciclo come da una
volta celeste insanguinata, - questa guerra deve
finire -. Il topo rimase in silenzio soppesando
quelle ultime parole, poi sibil: - Mia carissima
nemica felina, che al pari dei tuoi simili consideri
i roditori nulla mischiato con niente, forse qualcuno
di noi ha torto un capello all'uomo? Siamo
topi d'onore e un contratto abbiamo onorato. Volevate
una guerra e l'abbiamo iniziata. Fermare
il contagio? Come sempre  l'uomo che non pu essere fermato.
Con un gesto noncurante dell'artiglio fece capire
alla gatta che la stava congedando mentre lasciava
entrare il drappello di pantegane in polpe per
le prove della minuscola corona da cerimonia. Ma
lei non era venuta fin laggi rischiando la vita, oltre
al candore del suo manto, per farsi trattare con
condiscendenza. Ag d'istinto, anche se un giorno
qualcuno dovr pur rivelare al mondo come non
vi sia per il gatto distinzione alcuna tra ragione e
istinto, che in lui si fondono in ci che si chiama
intelletto. Spicc un balzo, super il fossato che la separava dal re topo e gli fu addosso.
...
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Capitolo 7. Fiutare la morte.
...
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Se la morte ha un odore, gli animali lo percepiscono
in anticipo. Le civette stridono, i corvi gracchiano,
i lupi ululano intorno alle case dei condannati.
I cavalli di Achille sono a conoscenza del suo
destino incombente. I gatti indietreggiano davanti
all'odore della malattia fatale e drizzano il pelo al
cospetto della bella dama senza piet. Ma fra tutti
sono solo i cani a tremare, quando la sentono arrivare
come il tuono molto prima che il temporale si annunci all'orecchio umano.
Il padrone di MoMo sempre pi raramente rientrava
a casa e si accasciava a letto ancora vestito
e quasi senza mangiare, per dormire poche ore e
poi tornare al lavoro. Aveva addosso quell'odore
che MoMo aveva conosciuto da cucciolo nel canile
dov'era stato abbandonato, quando erano venuti a
prendere dalla sua gabbia il vecchio Buck. Non lo
aveva rivisto pi, ma quando gli uomini poco dopo
erano ripassati MoMo aveva fiutato ancorai'odore
di Buck, confuso con l'altro che non avrebbe mai pi dimenticato.
Adesso quel miasma, divenuto familiare in casa,
aveva riempito le strade. Si mescolava agli scarichi
dei motori di enormi mezzi militari che sfilavano
lenti in corteo, prima di giorno e poi, pi
discretamente, in piena notte, facendo la spola tra
gli ospedali e i cimiteri. Arrivava col vento dalle
ciminiere dei crematori, che non smettevano di
mandare fumo. Impregnava i muri delle case dai
portoni chiusi, copriva il profumo dell'erba e della
terra delle aiuole, esalava dai marciapiedi, dai selciati,
dai copertoni delle auto in sosta, dagli angoli
ombrosi dove si confondeva con quello delle urine
dei cani. Restava nell'aria e penetrava nelle narici
di ognuno di loro, provocando riflessi di dolore al pensiero dei loro padroni.
Tutti i cani del mondo sentivano che la malattia
stava mordendo gli uomini alla gola e provavano il
loro stesso terrore, come quando gli antenati avvertivano
il fremito delle greggi all'accostarsi del lupo
e loro, un tempo lupi e adesso guardiani di agnelli,
anelavano alla battaglia come sentinelle all'aurora.
C' qualcosa di diverso tra l'amore dei cani e
quello di qualsiasi altro animale. Il cane non dispone
della distaccata ironia che brilla negli occhi dei
gatti, ma si arrende con tutto se stesso all'immagine
del padrone, che gli schiude la soglia di un mondo
pi vasto. Con tremore tende l'orecchio al suono
sordo, soffocato, insistente del battito del suo cuore,
simile a quello di un orologio avvolto nel cotone.
Nella sovracutezza dei sensi del cane si rispecchiano
la morte incombente dell'uomo e la sua. Se l'uno
muore l'esistenza dell'altro si spezza.
Cos si spezz anche quella di MoMo. Accadde
in quel che restava della notte, tra il grido della
sentinella e l'aurora. Tornava dal parco e non
sentiva l'esigenza di attardarsi come al solito intorno
alla siepe sotto casa, presidio da sempre
disputato al bracco della porta accanto. Come ogni
notte da che Lui non era pi rincasato, ed erano
ormai molte, andava a controllare, verso l'ora di
fine turno, se non stesse per una volta dormendo
nel loro letto. La ronda notturna era divenuta
una di quelle routine alle quali i cani si abituano
in fretta, celebrandole con l'osservanza di un rito,
o di un atto di scaramanzia, se non, nel suo caso,
di una preghiera. Madre nostra che sei falce in
cielo, sia ululato il tuo nome. Venga il tuo regno,
ma non ora. Sia fatta la tua volont, ma non stanotte.
Fa' che con amore sia riempita ancora oggi
la nostra ciotola. Fa' che i presentimenti e i
segni, il trasalire e il sussultare del mio corpo nei
sogni, siano solo l'inganno della mia antica ansia di cane pastore.
Quando scorse le finestre illuminate, e la porta
del cortile spalancata, sent un morso alle viscere.
Uomini in tuta stavano disinfettando la casa con
getti di gas. Altri uomini prendevano note sui fogli
e scattavano foto ai documenti che avevano estratto
dal cassetto. Non entr. Non voleva essere adottato,
o, peggio, deportato in un canile. Non voleva,
realizz, pi nulla. Senza nemmeno un guaito, la
lingua incollata al palato, il morso serrato che gli
consentiva appena di respirare, cerc per dignit di
tenere alte le orecchie che gli si piegavano e dritta
la coda che gli si infilava tra le zampe tremanti, e
si trascin di nuovo verso la siepe. Raspando con
le unghie s'intrufol nel folto dei sempreverdi, dove
la natura capricciosa, o l'imperizia delle cesoie
di qualche giardiniere, aveva formato una nicchia,
ottima per osservare non visti e come postazione
d'agguato, ma, in quel caso, soprattutto ben nascosta e adatta alla sua condizione.
Che corrispondeva - queste cose ogni animale le
sa - a ci che i Greci chiamavano lotta e Lui con
la stessa parola - una delle poche del suo linguaggio
professionale che MoMo avesse mai saputo
decifrare - agonia. E fama che tra l'ultimo fiato in
questo mondo e il primo nell'altro, anche se non
ci sono testimoni tornati quaggi a riferirlo, a parte
quell'uomo che con il corpo o fuori del corpo
- non lo seppe mai - fu rapito fino al terzo cielo,
che in quell'istante unico passino davanti agli occhi
le immagini di ci che  stato, che  e che sar. Si
stup molto nel cogliere tra quelle il muso del bracco
della porta accanto - come sarebbe rimasto, a
scoprire che la siepe era ormai definitivo territorio
di MoMo - e quello della gatta bianca alla quale il
giorno della grande assemblea degli animali aveva
detto, con inaspettato acume profetico: Non ci
sar una prossima volta. E mentre tutto scorreva
verso nuovi inizi che sarebbero nuovamente finiti,
in infiniti passaggi e passaggi, in cui il suo pensiero
dolcemente naufragava, senza che neppure per poco il cuore provasse paura, chiuse gli occhi e spir.
...
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...
Capitolo 8. E-stin-zio-ne.
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...
Lo sguardo di terrore del re dei topi, quello impotente
dei pretoriani anfibi, quelli allibiti delle
gerarchie altolocate nelle tribune dell'emiciclo
durarono l'attimo pi lungo delle loro roditorie
carriere. Ma la presunta regicida atterr morbidamente
e si adagi ai piedi del trono ripiegando le
zampe anteriori quasi le ritirasse in un manicotto
di pelliccia. Come in una grande arena la folla, fino
a poco prima in tumulto e sconvolta dalle grida,
d'un tratto si tace quasi a un comando superiore
e trattiene un unico respiro collettivo nel vedere
racchiuso in un gesto il riscatto della vita di ognuno,
la beffa alle sorti dell'indovino, lo strappo ai
fili da marionetta del destino, cos rimase l'immensa
massa dei sorci. Poi riprese a respirare come un
sol topo, ancora incredula che ci che aveva visto fosse accaduto davvero.
Sembrava che la gatta bianca si fosse addormentata
accanto al re, il quale si teneva altrettante immobile.
Gli occhi le si assottigliavano fino a sembrare
il prolungamento della linea vellutata, dell'ardito
tratto di matita, del bizzarro trucco orientale che
univa le palpebre alle orecchie. Eppure vegliava,
cogliendo ogni minimo fruscio e avvertendo ognuna
delle migliaia di presenze che alitavano nella grotta.
In quell'immobilit da fachiro, vibrando ed emettendo,
come si dice facesse la sibilla, il verso che
nei felini  chiamato fusa, sussurr alle orecchie del
topo stupefatto: - Gli umani sono piccoli, deboli e
poco perspicaci. Le forze diffuse nelle loro membra
sono anguste, molti mali estenuano i loro pensieri.
Sono rapidi a morire, e nel corso dell'esistenza non
scorgono che una piccola parte della vita. A differenza
degli animali vivono come se non dovessero
morire e muoiono come se non avessero vissuto.
Svaniscono come fili di fumo e la cosa pi difficile
per loro  capire che non sono nulla, che vivere 
formarsi per la morte e nuovamente dissolversi, e
che tuttavia gli esseri viventi rinascono continuamente
in una diversa forma, e non esiste il niente,
non sar mai vuota l'eternit infinita. Ma ascoltami
se dico che stanno imparando -. Mosse appena la coda come la piuma di un ventaglio.
- Potrebbero imparare, - ammise riprendendo
colore dopo lo spavento il gran sorcio, - se accogliessero
in s qualcosa di noi topi: la nostra intelligenza,
la nostra fantasia di piccoli mercuri pronti
a tutti i trucchi, veloci, inventivi, eppure, - e gli
occhi rossi si riaccesero nel buio, - continuamente
cacciati dal gatto che controlla la casa per il suo
egocentrico comfort. - Sono d'accordo, - replic
la gatta bianca glissando. - Gli uomini dovrebbero
accogliere qualcosa di ogni bestia. L'animale
 un cittadino perbene quando vive in natura, 
pio, segue la sua via con grande regolarit. Soltanto
l'uomo  stravagante. Dovrebbe specchiarsi in
noi, nelle nostre immagini e nei nostri comportamenti,
- concluse vietandosi di sondare l'incolmabile
abisso che scorgeva tra la routine di un gatto
e quella di un ratto, - per vedere pi a fondo nella sua anima e conoscere se stesso.
- Conoscere se stesso? Mia candida predatrice,
piegando l'orgoglio del tuo lignaggio felino hai
chiesto udienza al re della stirpe che da millenni
meglio conosce la natura umana, - ribatt mellifluo
il sorcio. - Vedi, adesso ogni uomo vive come
un selvaggio nella sua tana, e ne esce di rado per
visitare il suo simile, del pari accasciato in un'altra
tana, - declam ispirato. - Credi sia colpa del contagio? No.  la sua vera natura.
- Ti sbagli, - replic la gatta. - L'uomo, se non
 un monaco o un bonzo, non sa stare a tu per tu
con se stesso, e non pu. E un animale politico. E
nella societ dei suoi simili che si rafforza, nel bene
e nel male. Preso da solo, o in piccoli gruppi, non
potrebbe mai competere non dico con un grande felino, ma neanche con uno scimpanz.
Dalla guardia roditoria si alz un sommesso squittio
di approvazione. Il sorcio fece una pausa teatrale,
poi gongol scoprendo i sottili incisivi giallastri
con l'espressione maligna di certe megere quando
colgono in fallo il prossimo. - Oh, cara la mia Biancaneve,
ma quale animale politico!  il tornaconto
personale, l'interesse particolare, a muovere tutte
le azioni dell'uomo! Se la posta  il bene, comune,
nessuno di loro si considera mai remunerato abbastanza.
Quand'anche un umano si desse la briga di
pensare agli interessi del suo popolo, come facciamo
costantemente noi topi, invano spererebbe che nel
momento del pericolo o del bisogno quel popolo si
scomodasse a ricordare il servigio ricevuto. La grande
famiglia universale di cui vai parlando  un'utopia
degna della logica pi mediocre. -
Il topo aveva urlato l'ultima frase in faccia alla
gatta, a beneficio di tutta la commissione che si sgolava
a dargli ragione in un pandemonio di squittii.
Ma la gatta non si perse d'animo e stirandosi con
studiata lentezza per far scemare le grida assunse
la posizione oracolare delle statuette egizie della
dea, accucciata con le zampe anteriori erette e debitamente
congiunte, le orecchie puntate. - Se non
conosci n il nemico n te stesso, - sussurr, - ogni
battaglia significher per te sconfitta certa, diceva
un vecchio generale. L'uomo non si conosce, lo sappiamo
bene, da quando il germe della dimenticanza
lo ha esiliato dall'unica grande anima del mondo.
Ma ora sta capendo, per effetto di un altro germe,
il tuo, qual  il suo vero nemico. E sta cominciando
a ricordare di essere anche animale -.
Si gratt l'orecchio. - C' ancora del buono in lui.
- Del buono? - trasecol il piccolo cesare. Con
un gesto plateale della zampa di sotto in su, da direttore
d'orchestra, invit ad alzarsi un'oscura pantegana,
che restando nell'ombra ma con particolare
attenzione aveva ascoltato fino a quel momento lo
scambio tra l'intrusa e il suo re. Era il primo ufficiale
medico del castro roditorio e i robusti mustacchi
aggiungevano autorevolezza alla sua espressione
intenta, che, a quell'invito, si fece perentoria.
Batt i tacchi, avanz verso il proscenio e inton
una lectio magistralis che doveva essere il pezzo
forte del suo repertorio ai congressi internazionali.- Mi sia permesso osservare, in virt dei miei
titoli e della mia lunga carriera nei laboratori batteriologici
del nostro popolo, che estinzioni e infezioni
sono legate a filo doppio. La deforestazione,
la caccia, il bracconaggio e il commercio illegale di
bestie esotiche, la distruzione dei loro habitat da
parte di homo sapiens hanno creato una promiscuit
che i suoi stessi antenati avrebbero considerato
sacrilega tra lui e gli abitanti della natura selvaggia.
Il tipo di interazione che gli uomini oggi stabiliscono
con gli ambienti naturali determina non
solo il degrado di questi ultimi, ma il proprio. Ci
si applica all'inquinamento, al dissesto idrogeologico,
ai cambiamenti climatici -. Si schiar la vocina
stridula, nettandosi i baffi con le unghie affilate.
- Con l'esperienza fornitami dallo studio
della millenaria perizia nel trasmettere infezioni
zoonotiche da sempre coltivata dal nostro popolo,
posso affermare che  questa violazione sacrilega,
ossia, in termini pi sobriamente scientifici,
lo sfruttamento delle zone vergini e incontaminate,
la loro sostituzione con coltivazioni intensive,
a prefigurare, dopo il genocidio di milioni di animali
e di intere specie, il non inauspicabile scenario
di un'infezione globale della pi letale tra loro,
la specie umana, e quindi, prima o poi, di una sua spontanea estinzione.
- E-stin-zio-ne, - ripet il re garrulo, congedando
il luminare con un luminoso sorriso.,- Cara filantropa,
capisci ora che non sono stati in realt
n il mio modesto piano strategico, n lo zelante
apporto del mio compare pipistrello, ma gli uomini
stessi a portare il contagio a casa loro? E che
presto, - sorrise cinicamente, - e senza pi necessit
di alcuna azione facilitatrice da parte nostra,
un'altra e definitiva pandemia si abbatter sui tuoi beneamati umani? -
Fu in quel momento che la gatta perdette il suo
aplomb e con un ululato gutturale, che pareva venire
dal fondo delle viscere di un altro e ancora
pi antico animale, o il grido di guerra di un capo
pellerossa, o il canto di uno sciamano rapito dallo
spirito di un giaguaro: - La verit  che tutti voi
viscidi e infidi sorci che vivete nei gradini pi bassi
del sottoscala alimentare dell'uomo, - vomit, come
se dovesse liberarsi di un'enorme palla di pelo non
digerita, - sareste felici se l'umanit si estinguesse
lasciando solo colossali rovine come queste, - e
fiutando a pi riprese alz il muso alla cupola, - che il vostro fetore ha profanato.
- La verit, - le ringhi sulla voce il topo, - felina
ingrata e supponente,  che sei furiosa, come tutti
quelli della tua razza, alla sola idea che con il crollo
del mondo umano vengano meno i tuoi millenari
privilegi. Voi gatti, veri parassiti. E quegli altri, i
cani, che dite di non sopportare ma con i quali invece
vi dividete come un'elemosina l'amore degli
umani -. La grassa pancia del sovrano sussultava
di rabbia, la voce era un rantolo di quelli che capita
di udire la notte fra le travi di legno dei casali
abbandonati. - Va' a chiedere aiuto al tuo amico
cane. Non chiederlo a me, che ho una nazione da
creare, adesso che, comunque vadano le cose per
voi, anche noi topi avremo uno stato riconosciuto alla luce del sole.
E alla luce del sole la gatta bianca torn, ripercorrendo
le orme delle sue zampe inzaccherate. Si
adagi sull'erba a pancia in su evitando le ortiche
e coscienziosamente cominci a lavarsi, mentre il
tramonto incendiava il foro. In quel momento un
orribile frastuono, che si alzava in lontananza, la
paralizz con la zampa posteriore in aria, facendole
rizzare le orecchie. Centinaia di auto invadevano
il belvedere archeologico in un sabba di clacson.
Striscioni, cartelli e altoparlanti diffondevano slogan
che contestavano l'obbligo della quarantena.
Era un fenomeno sconosciuto a memoria di gatto,
si disse, che va oltretutto moltiplicata per sette,
quante sono le sue vite. Gli umani, dunque, scendevano
in piazza a protestare contro la solitudine.
Come se fosse lei il nemico. Come se non si nascesse
e morisse, uomo o animale, sempre da soli. Anche
se mai come allora gli umani erano stati cos soli
nell'esalare l'ultimo soffio. L'anima li abbandonava
separati dalle loro trib, segregati, sepolti vivi
nella loro sofferenza, fino a soffocarvi. Socchiuse
gli occhi verdi, si allung sull'erba fresca e riprese
a levarsi di dosso il fango e quella stessa terra nella
quale le decine di migliaia di corpi ai quali il contagio
aveva tolto il fiato non riuscivano pi neppure a essere seppelliti.
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Capitolo 9. Metamorfosi.
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Non  detto che Augusto credesse a tutto quel
che diceva Ovidio quando descriveva le metamorfosi
degli umani in animali o in piante. Siamo nati,
o grande imperatore del mondo, da denti di drago,
usciti da uova dal guscio d'argento, plasmati dalla
natura degli uccelli. Siamo stati allattati da lupi su
sponde di fiumi, nutriti da corvi su greti di torrenti,
medicati da talpe nel buio delle loro tane. Abbiamo
coda di pesce, testa di toro, siamo sirene e ittiocentauri
che non vivono n solo d'aria n solo d'acqua,
minotauri smarriti nei nostri labirinti. Nel serraglio
di Circe si incrociano sguardi umani, ed  una disgrazia
trasformarsi da animale in uomo, non il contrario.
Come un bambino che teme le medicine del
dottore e rifiuta gli insegnamenti del maestro, che
modificano la sua condizione di malato e di ignorante
rendendolo pi sano e pi saggio, cos  chi
evita la metamorfosi da un essere in un altro. Questo
avrebbe voluto dire il poeta all'altezzoso cesare
adagiato sul suo triclinio mentre un senso di vuoto
lo prendeva la sera con l'odore della cenere di sandalo
che si raffreddava nei bracieri e si mescolava a
quello della pioggia di giugno che esalava dagli orti
dove il cipresso e il pino fruttifero erano intagliati
in forme animali, scolpiti come simulacri di divinit.
Ricerca dentro di te questi animali e li troverai
nella tua anima. Comprendi, cesare, che hai in te
stesso greggi di buoi, greggi di pecore e greggi di
capre. Comprendi che in te ci sono anche uccelli del cielo. Comprendi che sei un altro mondo in
piccolo, e che in te ci sono il sole, la luna e anche le
stelle. Ma sappi che sei anche il topo che ti visita in
sogno, che sulla schiena grigia porta la repentinit
dell'imprevisto, che pratica fori e apre passaggi. E
guardati, o divo, dall'intrappolare il topo.
Che il principe credesse o no alle parole del poeta
e riuscisse o no a discernervi la filigrana di un
disegno tanto sottile da sfuggire al morso delle termiti,
non poteva, da sotto il pio velo di pontefice
massimo, acconsentire che una tale libert venisse
concessa all'immaginazione dei sudditi. Non
erano pi i tempi dei grandi imperatori d'Oriente
che promulgavano, incidendoli nella pietra a
ogni angolo di regno, editti e leggi in difesa degli
animali. Ovidio fu esiliato come prima di lui gli
antichi di dalle sembianze di giovenca e civetta,
di aquila o lupo. O come Anubi dal volto di cane
e Horus dal becco di falco e Bastet dalla testa di
gatta o anche Asclepio, il dio talpa, e tutte quelle
divinit greche e latine che prima di assumere
aspetto umano erano venerate in forma di animale.
Di corvo, per esempio. E il corvo lo sapeva bene.
Aveva nel suo lignaggio molti candidi di prima
che l'ira prendesse uno di loro, il dio corvo Apollo
- pensava, preparandosi a migrare in quella tarda
primavera verso le regioni da cui proveniva. - Cra
era! Cra cra! - Guardava i compagni di stormo lisciare
col becco adunco il piumaggio delle ali, nere
come la tempesta, lucide come l'acciaio delle spade
in una notte di battaglia, buie come una maledizione
che avesse condannato alla caduta una folla di
stelle oscurandole per sempre alla luce del giorno.
Erano bianche, prima della metamorfosi, come
il lampo del sole quando colpisce con la sua falce le
nevi perenni del regno degli iperborei, dove Apollo
con loro, come uno di loro, aveva dimorato. Perch
allora anche i corvi erano iperborei e sapevano
quanto diversamente vivevano e al di l del nord,
del cielo, della morte, conoscevano la via. Ma Apollo
tinse di nero l'ultimo corvo dalle piume bianche per
la sua loquacit, poich aveva svelato il tradimento
di cui si era macchiata Coronide, e il dio obliquo
l'aveva trafitta scoccando dall'arco d'argento una
delle frecce che suonavano nella sua faretra, e aveva
affidato il piccolo Asclepio cuore di talpa, strappato
dal ventre di lei, al pi grande di tutti i maestri, il
centauro Chirone, l'immortale, met uomo e met
cavallo, che ebbe cura non solo di lui ma anche di
Eracle e Achille, e Orfeo e Giasone e Teseo e molti
altri. I racconti della tradizione si affollavano alla
mente del corvo finch allargando le ali come un ventaglio funebre spicc il volo.
La strada non era pi deserta come nei due mesi
in cui aveva dimorato sull'antico tetto di tegole spioventi,
ma solcata da traiettorie di biciclette. Uomini,
donne e bambini, alcuni con labbra e naso coperti
da rettangoli di carta o tessuto, pedalavano pigramente
sotto il sole del primo pomeriggio. A qualche
distanza intravide raggiungerli il vecchio dalla barba
bianca che aveva incontrato al suo arrivo, anche
lui in sella, ma a un'andatura precipitosa. C'era, nel
suo modo di andare, qualcosa di diverso dagli altri.
Uno slancio, un che di febbrile negli occhi sgranati,
nella bocca sdentata che spalancandosi ingoiava l'aria
con l'avidit di un giovane puledro. La camicia
aperta mostrava seminudo il petto dalla peluria argentea,
le mani avevano abbandonato il manubrio
e danzavano nell'aria. L'uomo era in estasi come
se avesse ritrovato, insieme alla vecchia bicicletta,
il ricordo dell'infanzia tra le macerie di un mondo
da ricostruire, o forse qualcosa di ancora anteriore,
emerso dalla solitudine e dalla reclusione, dalla materia
dei sogni e dalle forme animali che balzando da
lontananze primordiali nel buio del letto condividono
l'intimit pi profonda e ricapitolano ogni mattina,
al risveglio, il giardino dell'Eden. - Un cavallo, un
cavallo, il mio regno per un cavallo! - parve al corvo
di sentire gridare quell'anima lanciata al galoppo
verso la sua metamorfosi. E fu allora che il corvo
comprese: la sagoma ibrida che stava guardando in
controluce era diventata un centauro, proprio come
Chirone, al quale poco prima stava pensando, per
una delle non rare coincidenze di fatti soggettivi e
oggettivi che non si possono spiegare causalmente, e
che quello stregone svizzero chiamava sincronicit.
Il recinto quadrato del giardino, nello spiazzo
tra le case, era fiorito come al tempo delle feste di
Adone. Al centro la panchina di marmo si stagliava
come un altare vuoto. Mentre il corvo scendeva
in picchiata puntando il tappeto di ghiaia, il vecchio
centauro vi si avvent smuovendola rumorosamente
con gli zoccoli scalpitanti, il viso saggio
dalla barba appuntita. I suoi occhi tra le molte rughe, i suoi antichi, scintillanti occhi, erano felici.
...
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...
Capitolo 10. I giusti.
...
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...
Non c' generazione, secondo la tradizione ebraica,
che non conti un certo numero di uomini retti
che segretamente sorreggono l'universo. Vengono
chiamati i giusti o i nascosti, perch vivono
sperduti per il mondo, anonimi, e non si riconoscono
n sono consapevoli della funzione che esercitano.
Le opinioni divergono riguardo al loro numero.
C' chi parla di quattro giusti, chi di trentasei;
secondo altri sono cinquanta. Queste cifre, tuttavia,
risalgono a tempi in cui l'uomo usava i numeri
non per accumulare ricchezze e calcolare interessi,
ma come i poeti usano le parole, sempre insufficienti,
per descrivere l'universo infinito. Allora i
nomi erano numeri e i numeri nomi. Divisibile e
moltiplicabile all'infinito era il numero, altrettanto
il nome che vi si rispecchiava e nascondeva con la
timidezza di una gazzella. E il significato racchiuso
nelle lettere lamed e ivaw  segreto come quello di
ogni altra cifra, come segreto resta il nome del dio
dei cabalisti. Non  dato sapere se siano due volte
diciotto i giusti del mondo, o se il loro numero
sia infinito, o indefinito perch soggetto a espansione
come lo  l'universo, che "no tiene ni anverso
ni reverso" e non si lascia cogliere n dai metri dei
poeti n dalle sequenze dei matematici. Quello che
 certo  che un giusto sar sempre troppo umile per credere di esserlo.
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva
Voltaire. Chi  contento che sulla terra esista la
musica. Chi scopre con piacere un'etimologia. Due
impiegati che in un caff del Sud giocano in silenzio
a scacchi. Il ceramista che premedita un colore
e una forma. Il tipografo che compone bene questa
pagina, che forse non gli piace. Chi accarezza un
animale addormentato. Chi giustifica o vuole giustificare
un male che gli hanno fatto. Chi preferisce
che abbiano ragione gli altri. Queste persone,
che si ignorano, stanno salvando il mondo, dice il pi grande poeta cieco dopo Omero.
Si ignoravano la giovane madre dai lunghi capelli rossi e il vecchio dalla barba bianca, che mamma
anatra e il corvo avevano incontrato, e il ladro
che una notte si era imbattuto nel sacro cervo. E
anche il giovane assicuratore calvo e curvo che si
struggeva recluso in casa da settimane, sognando
la luce tremula dei neon del suo ufficio, e che una
mattina dopo sogni inquieti si era svegliato nel guscio
verde di uno di quegli scarabei che gli Egizi
hanno eletto guardiani del cuore, come aveva ben
visto e raccontato non la prima cinciallegra di passaggio
sul fare del giorno, ma una fonte autorevole
come il geco dalle mani stellate, antico re sacerdote,
venerato tra i lari e penati, che alla saggezza
aggiungeva la competenza alimentare, visto che di
coleotteri puntigliosamente si nutriva.
E anche la madrina della lega anticaccia, una
signora dalla pelle ambrata con qualche lentiggine
scura e qualche piccolo neo, riservata fino alla
timidezza, estremamente garbata e padrona di
s e della quale la vecchia balia diceva: Dentro 
sempre stata un po' selvaggia, che un primo pomeriggio,
ogni attivit sociale finalmente sospesa,
passeggiando nel giardino di casa per mano al marito
si era trasformata in una piccola volpe di color
rosso acceso, come riportato non da un qualsiasi
gatto, testimone di parte in quanto vecchio compare
di malefatte, ma da una veneranda tartaruga,
che tante ne aveva viste ma nessuna come questa.
E anche il ragazzo cinese, cacciato dalla scuola e
allontanato dagli amici perch trovato colpevole
di un delitto che non c'era ma che si voleva,
quello di untore, diffusore di un contagio venuto
dal Paese dei suoi nonni a lui peraltro ignoto, che
tutto solo si era rifugiato in un prato di periferia
punteggiato di primule e si era addormentato e risvegliato
farfalla, e riaddormentatosi si era sognato
ragazzo, e non avrebbe alla fine saputo dire se fosse
farfalla sognata da ragazzo o ragazzo sognato da
farfalla. Una scia variopinta di efemeridi lo aveva
testimoniato concorde alla grande nuvola degli insetti
che sovrasta le citt e diffonde mobile e molteplice
ogni notizia tra i suoi abitanti.
Non sapevano di essere giusti e non si riconoscevano.
Ma c'era chi li aveva riconosciuti: gli animali.
Sembrava che le parole della balena si stessero
avverando: gli umani possono ancora imparare.
Alcuni di loro stavano debellando il germe della
dimenticanza che aveva corrotto la loro stirpe. Da
quando si erano calati in quei corpi si meravigliavano
dei discorsi di chi vuole persuadere il prossimo
a considerare prive di ragione e di intelligenza
tutte le creature eccetto l'uomo. Erano confusi,
smarriti, soffrivano. Ma il dolore , in natura, il
mezzo dell'apprendimento. Pathei mathos, dicevano
gli antenati: il dolore  maestro. Da tempo
l'uomo percepiva l'estinguersi delle piante e degli
animali, delle culture e dei linguaggi, dei costumi,
dei mestieri e delle storie. E perci era naturale che
la sua anima provasse gi una sensazione di isolamento,
di nostalgia e di lutto. Perch questo universo
 un unico essere vivente che contiene in s
tutti gli animali, avendo un'unica anima in tutte le
sue parti. Ma se esiste un'anima del mondo e tutti
ne fanno parte, allora ci che accade nell'anima
esterna accade anche all'anima interiore.
Da molto prima della grande quarantena le anime
degli uomini erano malate. Ma non sembravano
accorgersi che la loro depressione era dovuta alla
distruzione della terra. Ora l'epidemia, la morte,
lo svuotarsi del mondo che li circondava avevano
fatto risorgere la memoria dell'arca che era in loro
e li avevano ricongiunti alla grande anima in cui
ogni animale  immerso. Trasformando la propria
umanit indicavano una via per la trasformazione
dell'umanit. Erano loro i giusti. Quelli che dalla
sventura avevano imparato, come voleva la balena,
a cantare con voce struggente la gioia del lignaggio animale ritrovato.
Tiotio tiotinx. Triot triot totobrix. Tuit-tuit-tuit.
Giag-giag-giag-giag-giag-giag. Tiriti, cantava, rompendo
il silenzio, versando il suo spirito tremulo
e sottile, l'adolescente diventata usignolo, mentre
con brevi voli passava dall'uno all'altro ramo fuori
dalla gabbia domestica dove non poteva pi toccarla
il grand'uomo di casa. Lei, cos rudemente
forzata, torceva, assottigliava, incatenava, scioglieva,
dipanava e riannodava la stessa melodia in pi
timbri, come se le suonassero dentro cetra flauto
liuto organo e lira. Tiriu-tiriu, faceva eco sua sorella la rondine, trasformando in mille lingue una lingua tagliata.
...
.
...
Capitolo 11. Marmi.
...
.
...
Quando MoMo si svegli, alla luce dell'alba,
non era pi nella siepe, ma disteso su un lastricato
di pietre lisce e fredde nel punto in cui si congiungevano
tre vicoli. La prima cosa che vide, e si
domand se non si trovasse all'altro mondo, e, nel
caso, in quale dei vari di cui si vociferava, fu un
gigantesco piede mozzo, che gli diede un brivido
anche perch lo fece sentire pi piccolo di un
pincher nano. Ma a un secondo sguardo vide che era
di marmo e cap che doveva essere il resto di una
colossale statua. Intorpidito stir le zampe posteriori.
Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia
quando, alzando la testa, si accorse che i suoi
arti canini non c'erano pi e al loro posto vide un
paio di lunghe, rosee e glabre gambe umane. Ecco
perch sentiva il suolo cos freddo. Era sparita la
pelliccia, e non solo dalle zampe, anche dal dorso e
da tutta la superficie del corpo, che, lungi dall'essersi
rimpicciolito, si era allungato di almeno tre volte la sua passata stazza.
Si gir prono e cerc di mettersi seduto, puntellandosi
sugli arti anteriori per raddrizzare la
schiena, ma il risultato fu deplorevole. Scivol in
avanti, sbatt con violenza il mento sul selciato finendo
lungo e disteso e quando riapr gli occhi si
ritrov davanti al muso due mani umane con cinque
dita ciascuna, altrettante unghie e nessun artiglio.
Le annus e quelle si allontanarono. Ritrasse
il naso e loro avanzarono, poi si arrestarono.
MoMo si concentr e le dita presero a muoversi.
A quel punto realizz che facevano parte del suo
corpo, le port al muso e tastandolo constat, con
sollievo, che quello non era cambiato, era sempre
il suo, appuntito, con il naso morbido e umido e
le orecchie a punta che incoronavano il profilo di
meticcio onestamente ben riuscito, frutto dell'amore
tra due cani e non degli incroci combinati dagli esperimenti umani.
Si alz da bipede con una facilit che mai avrebbe
sospettato quando gli capitava di farlo da quadrupede
- spesso, a onor del vero - davanti a Lui,
per leccargli il viso o anche solo per prendere il cibo
che per gioco gli sollevava sempre pi in alto.
L'energia che sent dentro quel corpo che era e non
era il suo, ma nel quale, era indubbio, albergava il
suo cuore di cane, lo commosse e lo rattrist, perch
gli ricordava da vicino il padrone. Svan comunque
il sospetto che quanto stava sperimentando fosse
sogno o delirio. Era sempre stato dotato di buon
senso e di un solido principio di realt, a differenza
di quei cani che prima o poi si convincono di essere
uguali ai loro padroni quanto certi umani che
si aggrappano al tale politico o al tale finanziere,
e come l'edera, che dell'olmo tutore accarezza il
grande tronco e lecca la scorza, si arrampicano anzich
salire con le proprie forze. I cinocefali (e si
stup di avere ricordato senza incertezze una parola
umana tanto difficile) non si vedevano da
generazioni, pens, con un certo orgoglio. Uno degli
ultimi uomini con la testa di cane, si tramandava
fra i lupi della steppa, era stato avvistato pi di un
secolo prima nelle botteghe color cannella di una
citt mitteleuropea. I loro sacri progenitori erano
quasi dimenticati. Sopravviveva il ricordo di san
Cristoforo Cinocefalo, protettore degli appestati,
venerato solo in qualche sperduta iconostasi bizantina,
a sua volta pronipote di Anubi, signore
dell'Occidente, guardiano di Cinopoli, dove MoMo
pensava si sarebbe risvegliato dopo morto.
Era del tutto evidente per che quella non era
la Citt dei Cani. Doveva raccogliere le idee in
una lista, come fanno gli umani. Primo: non era
morto. Secondo: i tre quarti del suo corpo erano
umani e quindi, terzo, la lista rientrava nelle sue
facolt e stavolta l'avrebbe stilata a regola d'arte.
Quarto: non era pi nella sua citt. Quinto: come
e quando fosse arrivato a quel trivio sconosciuto
era circostanza perfino meno chiara della sua trasformazione.
Su entrambi i quesiti per il momento
non era in grado di indagare. Anche perch era
il sesto punto a turbarlo di pi: e adesso? Cosa
avrebbe fatto della sua nuova vita, adesso che Lui
se n'era andato? In quale nulla sarebbe scivolato?
A quante vane lune avrebbe ululato? Gli aveva lasciato
l'intero pianeta, ma senza di Lui era stretto
e spietato. E per, guardando ora il suo corpo
umano, che di Lui era specchio, gli sembrava di
vedere la fine di un cammino, la possibilit, senza lacrime n fiori, di un addio.
Questa volta la lista non era stata del tutto inutile.
Rifiat. Come quando sulla possente giungla cala
la notte e le scimmie che fino a poco prima saltavano
stridendo di ramo in ramo tornano ai loro ripari
e gli alberi ammutoliscono come un teatro vuoto,
cos la mente di MoMo parve disfarsi della scimmia
dei pensieri. E in quel momento non furono
n l'uomo n il cane, n la ragione n l'istinto, ma
fu il respiro, che passando dalle umide narici nere
gli gonfiava il petto rosato, a far s che il cuore,
battendo a un ritmo sempre pi regolare, emettesse
come un filo di fumo d'incenso l'immagine diafana,
la stessa che ricordava di avere visto appena prima
di morire, della saggia gatta bianca.
Sarebbe del tutto eccessivo credere che gli animali
abbiano - come, si dice, certi santi - il carisma
dell'ubiquit. Ma  certissimo che sappiano
comunicare a distanza da molto prima che l'uomo
inventasse quelle che chiama telecomunicazioni o
connessioni digitali. Non si tratta solo dei codici di
navigazione degli uccelli migratori, o dei messaggi
inudibili che le balene emettono oltre al canto, o
dei segnali cifrati nel volo delle api. Tutti gli animali,
nessuno escluso, sanno connettersi tra loro,
anche dall'uno all'altro capo del mondo, quando
la necessit di natura o una qualche altra intima
urgenza lo impone. Anche il cane e il gatto. Anche
la gatta bianca e MoMo, che quel mattino si stavano
pensando a vicenda e stavano sintonizzando il loro pensiero.
L'immagine della gatta parl all'uomo cane e gli
disse: - Raggiungimi. - Dove? - fece il cinocefalo.
- Sono qui, percorri i passi del piede di marmo
della dea -. Il sorriso della gatta pervase il cuore di
MoMo: - Segui il vicolo che porta alla piazza, l mi
troverai -. Le lunghe gambe nude di MoMo impiegarono
poco ad affacciarsi nel recinto rettangolare
che si apriva oltre il trivio segnato dal piede colossale
della statua di Iside. Tutto era immobile. - Dove
sei? - abbai spazientita la sua parte canina, rimasta
diffidente verso la razza felina. Silenzio. MoMo
ebbe l'impulso di annusare il terreno, ma chinarsi
da quei trampoli gli riusc difficile mentre fu sorprendentemente
facile guardare in alto. La piazza
era cinta da antichi palazzi con le finestre incorniciate
di marmo bianco. Su una di queste lo colp,
per contrasto, la sagoma appollaiata di un corvo
nero. Dall'altro lato del davanzale si sarebbe detta
scolpita nello stesso marmo la minuscola statua di
una gatta. Quando il corvo incontr lo sguardo di
MoMo allarg le ali e scese verso la piazza. MoMo
non fece in tempo a seguirlo con gli occhi perch
contemporaneamente la gatta di marmo fece un balzo
e dal davanzale atterr ai suoi piedi.
- Benvenuto nel quartiere egizio, - miagol. - Qui
sotto ancora spalancano i loro atri e dipanano i loro
corridoi gli antichi templi di Serapide e di Iside,
signora dei gatti dalle sette vite. A proposito, benvenuto
anche nella seconda delle tue. Per un cane
 raro averne pi di una. - E ancora pi raro, -
bofonchi MoMo girando all'ins i palmi delle
mani e scrutandoli perplesso, - morire cane in una
siepe e risvegliarsi uomo non si sa dove -. La gatta
abbandonando il suo corpo al sole e socchiudendo
gli occhi lo corresse affettuosa: - Non sei esattamente
morto. E non sei neppure diventato uomo,
a giudicare dal tuo muso. Il dolore, come l'amore,
genera una metamorfosi. A proposito, condoglianze -.
L'uomo cane chin la testa: -  stato il contagio.
- Lo so, - si rabbui la gatta bianca. - Di
umani come il tuo padrone, che hanno sacrificato
la vita per salvarne altre, ne sono caduti, in tutto
il mondo, migliaia. Ma Lui sarebbe contento di
sapere perch sei stato trasportato qui -. MoMo
ramment uno dei primi quesiti della sua lista e si
anim: - Come? Da chi? - Lo saprai a suo tempo.
Adesso ci aspetta una questione pi urgente.
E lui, - si gir verso il corvo, che seguiva attento
lo scambio, confondendosi con la propria ombra
nel sole del mattino che avanzava, - ci aiuter -.
La gatta bianca apr gli occhi verdi alla luce e le
pupille le si restrinsero in due lame sottili: - Dobbiamo
salvare il genere umano.
MoMo la guard come un cane non ancora ammaestrato
squadra per la prima volta il saltimbanco
che gli ordina di correre verso un punto lontanissimo,
fermarsi di colpo, accucciarsi, sdraiarsi, rotolare,
fare il morto e rialzarsi a ballare su due zampe,
prima le posteriori e poi le anteriori, al suono
di un organetto. Il cane di solito, come MoMo in
quel preciso momento, ha un solo pensiero: Gli
ha dato di volta il cervello. Questo lesse nella sua
espressione la gatta. La quale non si scompose, ma
diligentemente prosegu: - Come assodato dai pi
autorevoli esperti di pestilenze, - e qui omise di
menzionare la specie dell'ultimo che aveva ascoltato,
- questa  solo la prima di una serie inevitabile
di pandemie. Altre ne verranno e stavolta non ci
sar un'assemblea degli animali a decidere quanto
letali. Se l'uomo non cambier il suo atteggiamento
verso la natura, si estinguer spontaneamente Di
colpo, a quell'idea, il sangue and alla testa canina
di MoMo, mentre il suo corpo umano sbianc come
se non ne avesse pi neanche una goccia. La gatta
concluse: - Tu e io, che siamo da sempre i suoi
alleati, dobbiamo aiutarlo -. Detto questo, come
se non ci fosse altro da aggiungere, prese a lavarsi.
Il corvo girava il collo a scatti tra la gatta e l'uomo
cane, come fanno gli uccelli quando sono concentrati,
senza rinunciare, ogni tanto, a darsi una
spiumatina col becco. I suoi occhi tondi leggevano
ora in quelli di MoMo la lotta tra una natura
canina ormai privata della pulsione dell'istinto e
una natura umana ancora ignara del fatto che chi
ama pu fare qualunque cosa. Fiss dritto in quello sguardo smarrito il suo antico e sapiente: - Generoso
figlio di un cane, fino a poco fa avevi una
ragione per morire, ora hai una ragione per vivere.
Le due, come disse un grande profeta, sono la
stessa, ma difficile  comprenderlo -. Saltellando
sulle zampe strusci con le piume i suoi polpacci.
- Considera la tua nuova forma. La testa  rimasta
quella nobile di un cane e ti guider nella decisione.
Ma non dimenticare le tue mani. Ascoltale,
che cosa ti stanno dicendo? - gracchi. MoMo
guardava il corvo e la gatta senza capire che parte
mai potessero avere la sua vecchia mente, e tanto
meno le sue nuove mani, in una vicenda cosmica
di uomini, animali, contagi, estinzioni: quale contributo
poteva mai dare un meticcio, nelle ultime
ore divenuto per giunta ancora pi bastardo? Finalmente
pos gli occhi sulle mani. E queste, senza
che ci potesse fare nulla, cominciarono a muoversi
da sole verso la gatta. La sfiorarono, poi presero
a scorrere delicatamente sul suo piccolo corpo che
le assecondava inarcandosi e stirandosi e alzando
la coda. Per la prima volta sent che cosa prova un
bambino ad accarezzare un animale e la decisione fu presa.
- Che cosa devo fare? - le abbai con dolcezza.
Se c' una cosa nella quale i gatti sono maestri 
trasmettere a chiunque li tocchi il loro punto di vista
sulla vita: non agire, ma non lasciare nulla di
incompiuto. La gatta si raccolse nella sua posizione
ieratica di sacerdotessa, tanto che sembrava tornata
di marmo, e scand: - Dovrai parlare alla grande
assemblea -. MoMo abbass le orecchie al ricordo
della magra figura che aveva fatto al raduno sulla
montagna, come non aveva mancato di rimarcare,
in quel loro primo incontro, la stessa gatta bianca.
- Ma l'assemblea sar, questa volta, ancora pi
grande. Perch dovranno partecipare, pronunciarsi
e deliberare, insieme agli animali, anche quegli esseri
umani che nella solitudine, nell'isolamento e
nella lotta contro il contagio diffuso dal pipistrello
hanno estinto il germe della dimenticanza e ridestato
la reminiscenza. Questi giusti si sono ricordati
che i capelli, le foglie e le piume degli uccelli sono
un'unica cosa. Che se uomini, fiere, alberi, pesci vivranno
puramente, diverranno veggenti, poeti, medici
e capi sulla terra, e infine di immortali.
La gatta appiatt le zampe anteriori ad assumere
la posizione della sfinge: - Si sono rivelati allo
sguardo di noi bestie, - continu, mentre il corvo
annuiva, - anche se non ancora l'uno all'altro,
assumendo la loro parte animale non solo dentro
di s. Alcuni di loro, trasformando anche la loro
apparenza fisica, sono diventati animandri, sacri
ibridi. Come te, ma seguendo il percorso opposto:
mentre tu, da cane che eri, sei divenuto in parte
il padrone che amavi, loro, da umani, sono diventati
parzialmente animali, mescolandosi alla natura
che hanno scoperto di amare. Perch in ogni
metamorfosi  sempre il desiderio che si esprime,
 l'unione amorosa che si manifesta, la stessa che
tiene insieme l'anima del mondo. Perch alberi,
umani, fiere, uccelli nascono dal dissidio dell'odio
e dell'amore. Nell'uno tutto  difforme, nell'altro
tutto si riunisce.
Ci fu una pausa, poi MoMo ritrov la voce: - E
dove sono questi giusti? Questi illuminati? Questi...
ibridi? - domand, rivolgendosi alternativamente
alla gatta e al corvo. - Animandri, - lo corresse a
becco stretto lui. - O filelfi, come sono chiamati,
- illustr la gatta, - nell'antica lingua che si usava
prima di Babele. A giudicare dagli avvistamenti registrati
in questo periodo, - soggiunse, e il corvo
di nuovo annu, - sono ancora pi numerosi che
nell'ra alla quale appartiene questo tempio, - e
torse il collo a leccarsi la spalla. - Alla grande assemblea
dovrai parlare a nome loro. - Per, - replic
dopo un attimo di riflessione il cinocefalo,
- se sono cos tanti, e sparsi su tutta la terra, come
faremo a convocare l'assemblea? - A quello penso
io, - gracchi risentito il corvo, - ovviamente.
- Volevo dire, - si corresse con cautela MoMo,
- come arriveranno laggi? Il viaggio  lungo e
il tempo  poco. - Non preoccuparti, - sorrise la
gatta bianca, - sar compito di chi ha provveduto a trasportarti qui.
...
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...
Capitolo 12. La voce delle stelle.
...
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...
Ogni notte, svegliandosi e trascinando il grande
corpo fuori dalle profondit della tana, mamma
orsa ha una certezza: il suo piccolo riposa accanto
a lei, vegliato dalla giraffa e dal grande serpente
che scorre insinuandosi come un fiume intorno e
in mezzo alla madre e al cucciolo. Accarezzandolo con gli occhi si intenerisce a guardargli la coda,
decisamente pi lunga di quella degli altri orsi e,
come la sua del resto, forse anche un po' sproporzionata,
ma impreziosita all'estremit da un alone
cos luminoso da sembrare in lontananza un fal
che indichi l'indirizzo remoto, sempre lo stesso
notte per notte, anno per anno, dove la sua culla
dondola lungo i curvi binari della volta oscura. Se
una notte d'inverno, o di qualsiasi altra stagione, un
viaggiatore fosse disorientato dal ciclico migrare e
dal regolare eclissarsi degli animali vicini di casa
dell'orsa, sempre ritroverebbe, grazie all'estremit
della coda del suo cucciolo, la strada.
Caro  ai guardiani notturni svegliarsi quando
muore la luce del giorno e volgersi verso la santa,
ineffabile, misteriosa notte. In quel momento il
mondo gigantesco delle costellazioni respira come
la pi profonda anima della vita, e quello degli
uomini giace lontano, perso in un abisso profondo,
desolato e deserto. Mentre la grande orsa si
distendeva quasi ad accucciarsi sulle chiome degli
alberi, in alto a destra la capretta, ancora intorpidita,
si sporgeva curiosa dal carro del cocchiere e
pi sotto i cani da caccia fremevano preparandosi
non a rincorrere l'irraggiungibile lince o la minuscola
volpe, ma alla nuova impresa. Nel loro covo
il leone e il leoncino sbadigliavano spalancando le
fauci, in attesa. Gi in basso il lupo percorreva impaziente
il suo grande recinto d'ombra e lo scorpione
drizzava nervosamente la coda. A sinistra il
piccolo serpente si torceva, l'aquila fissava il nero
orizzonte, si inarcava il delfino, scalpitava il cavallino
sotto lo sguardo benevolo del cavallo alato.
Accanto a lui la lucertola perplessa sbatteva le palpebre.
Sotto di lei il cigno si sgranchiva stirando il collo e allargando le ali.
Da che la terra esisteva le costellazioni avevano
orientato i pellegrini e i naviganti che scrutando il
cielo stellato si rivolgevano loro perch indicassero la
rotta sulle onde dei deserti e nelle pianure del mare.
Ora tutte, dovunque avessero fissato la loro dimora
nella calotta azzurra in cui girava l'eterna ruota del
loro mulino, sapevano che la notte alla quale si preparavano
poteva essere la notte del destino, come
quando nacque la Via Lattea dalla scia della stella
che Fetonte urt nella sua corsa sul carren del sole,
o quando la corona di Arianna, che al regno della
ragione prefer quello della natura, fu scagliata da
Dioniso in cielo ad accenderlo della costellazione
boreale che ancora porta il suo nome.
Fu la piccola orsa, aprendo gli occhi, ad avvistare
con un grido di eccitazione le lunghe scale a pioli
che in lontananza, partendo dalla terra, si protendevano
verso la luna. Ciascuna era simile a quelle
dipinte dagli antichi maestri di icone che immaginavano
cos la via per il cielo, o a quelle trasportate
dai barcaioli che un tempo remavano fin sotto la
luna per arrampicarsi a prendere il latte denso che
si formava negli interstizi tra scaglia e scaglia della
sua superficie. Perch da sempre l'uomo cerca
di raggiungere la luna. C' chi lo fa con una scala,
chi abbracciato a una palla di cannone, chi a bordo
di grandi vascelli astrali, chi piantando un fagiolo turco che cresca e si aggrovigli intorno alla sua
falce. Ma nessuno di costoro ha mai conosciuto il
passaggio segreto che agli animali di ogni angolo
della terra hanno rivelato i loro simili che abitano,
come fossero giungle, steppe o savane, le fertili e popolose distese stellate.
Gli antenati tramandano che a essere assunti in
cielo trasformandosi in figure astrali eterne e immutabili
siano i grandi eroi, non importa se umani
o bestiali o un misto tra i due; che sia questo anzi
il punto di arrivo del viaggio di ogni eroe; che
nelle costellazioni di cui il firmamento  trapunto
si trasmettano in un solo alfabeto di segni e rapporti,
comprensibile a tutti i viventi, le immagini
che tessono l'unica storia del mondo. Ma non 
certo se in origine quei leoni e cigni, delfini e linci,
aquile e orse fossero veramente creature mortali
ascese tra le stelle, o se siano i loro simili sublunari
a esserne i figli e figlie caduti, un giorno, sulla
terra, destinati ad assicurare tra i suoi abitanti
l'eterno ritorno di quei miti e il ciclo infinito di quelle imprese.
- Guardate, ritornano! - esclam la piccola orsa.
- Uno per uno, con passo incerto, mezzo addormentati.
- S, - le fece eco la lince, - come
fiocchi di neve che esitano e frusciano nel vento.
- Loro, alati! - grid l'aquila. - Con musi di cani
d'argento che fiutano l'aria. - Loro, - nitr Pegaso,
il pi impaziente, - dall'olfatto sottile, anime
di sangue -. Le bestie astrali si annunciavano a vicenda
l'arrivo dei giusti in un rincorrersi di voci
che fece risuonare l'etere e rimbalz su per le sfere
celesti fino a raggiungere le stelle fisse. Alcuni
filosofi credono che il moto degli astri produca
un'armonia e la follia degli umani, si rammaricava
un sapiente olandese,  arrivata a un grado tale
da persuaderli che anche il loro dio si diletti di
musica.  questa una teoria discussa, e certamente
contestabile. Ma che ciascuna costellazione abbia
una voce chiunque pu testimoniarlo, come 
indubbio che il canto che questo o quel segno zodiacale
emette influisce su coloro, bestie o umani, che nascono sotto di lui.
Ma come descrivere la musica a chi non ha mai
potuto udirla? E come, con parole umane, riportare
discorsi scambiati tra stelle? Perch separati
dal loro canto non hanno nulla di sublime, ma appaiono
frasi qualunque, come arcani dei tarocchi
separati dal loro segreto e divenuti giochi di carte
in bische e locande. - Guardate, - abbaiarono
i cani da caccia. - A guidare la scalata dei giusti 
uno dei nostri figli. -  vero, ma del cane ha solo
la testa, - osserv la lince dall'occhio leggendario,
-  umano ci che resta del suo corpo. - E l'animandro
che, su quell'altra scala, viene seguendo la
candida gatta ancella della luna, non  forse figlio
mio? - tuon, prendendo la parola, il fino ad allora
assopito centauro, con indosso la triplice gemma
che schiude la strada verso altri mondi. - Lo ,
saggio maestro di maestri, come quella che vediamo
dal nostro orizzonte, - disse il loquace delfino,
- non  pi solo donna, ma nuota come le mie sorelle nel mare.
La coda della sirena si attorcigliava come una
treccia d'argento in controluce davanti all'immenso
disco della luna, sul quale l'uno dopo l'altro i viaggiatori
andavano sciamando, guidati da MoMo e
dalla gatta bianca. Quando le interminabili cordate
raggiunsero la vetta e anche l'ultimo scarabeo zampett
gi dall'ultima delle scale a pioli che dalle varie
latitudini della terra portavano alla luna, i giusti si
acquartierarono a ridosso di uno dei crateri in riva
al Mare che chiamano della Tranquillit. Fu allora
che il rito cominci. La gatta bianca si rivolse al
grande teatro celeste sfolgorante di luci e, mentre
ogni viaggiatore terrestre si specchiava in tutto o
in parte nelle figure astrali, le invoc: - Bestie del
cielo, la mia voce non  degna del vostro canto. Le
parole che mi scrosciano dentro fitte come pioggia
si perdono in rivoli nell'universo -. Congiungendo
le zampe anteriori assunse la sua posizione ieratica
e miagol: - Ooommm. Che nulla spezzi l'armonia
del mondo -. La stessa preghiera fu intonata a
bassa voce tra le schiere dei giusti, ciascuno con il
proprio verso n animale n umano. - Voi fuochi
celesti che danzate davanti a milioni di occhi come
una grande giostra su e gi nel buio dell'universo, -
rimiagol, e ripetuti il mantra Om e la preghiera,
e dopo che di nuovo le ebbe fatto eco, a voce pi
alta, il coro degli animandri, continu: - Offriteci
il vostro smisurato amore che accende i mondi
con infiniti soli, sui vostri dorsi fateci attraversare
i sentieri dell'universo. Portateci, con la velocit
della vostra luce, al luogo della grande assemblea
Tutti insieme recitarono per la terza volta
il mantra e la preghiera, poi sulla luna e per l'etere torn il silenzio.
Tacevano i viaggiatori accampati, mezzi uomini
e mezzi animali, tacevano MoMo e la gatta bianca,
tacevano gli astri, facendo pulsare ora l'una ora
l'altra stella del loro corpo. Come accade talvolta
quando su un consesso di adulti cala il silenzio, a
romperlo fu la voce di una bambina, la giovane orsa:
- Ma certo che vi daremo un passaggio, - esclam
nel vuoto dei cieli. Poi, a vedere gli sguardi accigliati
delle altre costellazioni, si rivolse supplichevole
alla grande orsa: - Lo faremo, vero mamma?
Abbiamo gi trasportato il cane uomo. Se c' un
reame in cui davvero sono rispettate le gerarchie
di ogni ordine e grado  quello celeste. Non per
costrizione o comando, ma per scelta stelle e pianeti
decidono la loro eterna obbedienza alle leggi
dell'universo. E da sempre ognuno di loro ha eletto
regina la grande orsa perch, prima a installarsi in
cielo,  anche la prima tra quelle che non conoscono
tramonto e mostra a ogni ora e in ogni stagione,
con il fulgore del suo occhio puntato, la direzione
della stella polare. Quale madre  pi indulgente
verso una figlia di quella che da sola con lei nella
notte dei tempi si install tra i fuochi ancora informi
e anonimi del cielo? Del resto, trasportare da
un punto all'altro del mondo uno o migliaia di animandri
non richiedeva trigonometria troppo diversa
da quella applicata a ogni transito di sciami di
meteoriti, che i cuccioli di costellazione chiamano
stelle cadenti. E a quale bambino non piacciono i
fuochi d'artificio? Alkaid, Mizar e Alioth scintillarono
a turno. L'orsa maggiore, videro tutti, stava scodinzolando. Era un s.
In un attimo, sulla superficie lunare, furono
montati gli scivoli verso lo zodiaco e le altre costellazioni.
MoMo, con le sue lunghe gambe umane,
correva abbaiando dall'una all'altra rampa per
smistare gli animandri in fila. La suddivisione era
stata rapidamente concordata tra le stelle e la gatta
bianca. Tutti gli esseri volanti, che fossero uomini
farfalla dalle ali variopinte chiuse come sottili
pagine di un libro o piccole arpie dal viso di donna
e corpo di uccello o quei giusti che, mantenendo
quasi intatti i loro corpi umani, avevano visto
una mattina spuntare le ali piumate che gli antichi
pittori dipingevano agli angeli, viaggiarono attraverso
la costellazione di Pegaso. Quelli che nella
metamorfosi avevano assunto fattezze di creature
marine, che si trattasse delle sirene o degli ittiocentauri,
da sempre intimamente pi pesci che
cavalli, o di altri animandri che avessero sviluppato
in s squame o pinne o branchie nascoste per
grande amore degli oceani o piet per le agonie di
cui fremono i banchi dei mercati del pesce, furono trasportati dal Delfino.
Allo Scorpione furono automaticamente assegnati
gli uomini scorpione, vecchie glorie dell'epopea
di Gilgames, ma anche quei giusti che, tessendo e
ritessendo i loro progetti continuamente lacerati,
ora condividevano corpo e anima con il ragno, pescatore
dell'aria, o quelli che, costretti a difendersi
come cavalieri erranti con corazze e spade dalla
stoltezza umana, avevano assunto gusci e aculei
e altre armi taglienti finendo col diventare simili
agli insetti guardinghi, simbolo dei deboli che si difendono da soli.
Una comitiva mista di sciamani in trasformazione
perenne si imbarc sulla Lince, e un gruppo eterogeneo
di lavoratori asiatici schiavizzati, ai quali
l'esasperazione unita all'amore per la tradizione
aveva fatto assumere l'aspetto di antichi ibridi cinesi
(chiang-liang, testa di tigre e faccia di uomo,
ch'ou-t'i, con testa su ogni lato, hsiao, volto umano
e corpo di scimmia, hui delle montagne, volto
umano e corpo di cane), transit disciplinatamente,
tra mille inchini, sul Dragone. I cinocefali, insieme
ai quali viaggiava MoMo, furono trasportati
fra gli ultimi sui Cani da caccia. A Ursa maior e
Ursa minor furono affidate le madri con cuccioli,
alle quali si un la gatta bianca, per ogni necessit di assistenza.
Non tenendo conto della propagazione del pensiero,
che in quanto istantanea non ha misura, i
moderni padri della fisica ritengono che la massima
velocit alla quale pu viaggiare nell'universo
qualsiasi informazione sia quella della luce. A
questa velocit furono trascinati i giusti animandri
che dovevano partecipare alla grande assemblea,
numerosi come lucciole in una notte di mezza
estate, luminosi come fiaccole sul Bosforo la sera
della festa del profeta. E come il profeta nel suo
viaggio celeste galoppava sul suo cavallo dal volto
di donna, cos le sfingi dalle ali distese e i sacri
ieracocefali dal becco di falco scivolavano portati
dall'aquilone che Altair, Tarazed, Alshain e le sue
compagne tendevano nel vento dell'etere, costeggiando
il bianco sciame della Via Lattea. Sventolavano
come criniere i capelli e le barbe dei centauri,
che caracollando e impennandosi cavalcavano l'immenso
dorso stellato del loro progenitore astrale, il
fecondo di galassie, che rinnova in eterno il suo saluto
al sole, rampando a sollevare lo zoccolo su cui
splende Rigii, la gemma pi preziosa, il suo alpha.
Fu cos che, viaggiando per lo zodiaco, gli animandri
furono portati alla grande assemblea che
nel frattempo aveva convocato il corvo. Quando
la luna torn deserta fu lui il solo passeggero che
ancora non si decideva a partire. Diede un ultimo
sguardo al globo azzurro della terra. Era vero quanto
dicevano i pochi umani che l'avevano vista da
lass: bella, ma fragile. Non si attard oltre e sal
sulla costellazione che portava il suo nome. Ultimo viene il corvo.
Ecco, la grande assemblea  cominciata. Perdonami
se ora distolgo lo sguardo e mi rivolgo a te.
Posso dirti che MoMo sta parlando a nome degli
animandri e se la sta cavando piuttosto bene. La
montagna  gremita e cos la baia. Nuovi partecipanti
arrivano di ora in ora. Nel luogo segreto in
cui prima si riunivano solo gli animali adesso sono
invitati anche uomini e donne, e bambini, e non
importa che abbiano vere ali di uccello o pinne di
pesce o orecchie di cane, ma che le sentano in s e
abbiano compreso, come sosteneva Plutarco, che
ogni virt esiste negli animali in misura maggiore
che nel pi grande dei sapienti. Spacca un legno,
l'anima del mondo  l dentro, alza una pietra e l
la troverai. Chi sono, dove si nascondono, come
vederli?, so che vorresti domandarmi. Ma io, dopo
avere sparso come tracce in un sentiero del bosco
le parole di tanti di loro che si sono susseguiti
nei secoli, ora devo tacere. Sappi per che i nuovi
giusti sono ovunque, confusi tra la gente comune,
disseminati in tutto il mondo, persi in mille lavori
e fatiche e problemi, a ricostruire umilmente, finch
dura la terra, una nuova arca. Forse qualcuno
di loro proprio ora ha tra le mani questo libro e
lo sta leggendo. Forse sei tu, lettore arrivato alle sue ultime parole. Che non possono che essere: de te fabula narratur. Perch da sempre la favola parla di te. Sei tu, lettore, l'autore di questa e della prossima.
...
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...
FINE.
...
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Fonti e commenti bibliografici.
...
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...
Parte prima.
Capitolo 1. L'adunata degli animali.
Ultimo viene il corvo: si richiama il titolo di I. Calvino, "Ultimo viene il corvo (1949), Mondadori, Milano 2017.
ci che sta in alto ... una cosa sola: Ermete Trismegisto, Tavola smeraldina (... Quod est inferius, est sicut quod est superius, et quod est superius, est sicut quod est inferius ... Et sicut omnes res fuerunt ab uno ... sic omnes res natae fuerunt ab hac una re); Yeditio princeps  contenuta nel De alchimia di Chrysogonus Polydorus (probabile pseudonimo di Andreas Osiander) pubblicata a Norimberga nel 1541: il brano citato  alla p. 363. L'edizione moderna di riferimento  Herms Trismgiste, La table d'meraude et sa tradition alchimique, a cura di D. Kahn, Les Belles Lettres, Paris 1995.
(testo originale con traduzione francese a fronte).
quel vano e continuo fuggire da se stessi: cfr. Lucrezio, De rerum natura, III, 1063-1069 (... currit agens mannos ad villam praecipitanter - auxilium tectis quasi ferre ardentibus instans; - oscitat extemplo, tetigit cum limina villae, - aut
abit in somnum gravis atque oblivia quaerit, - aut etiam properans urbem petit atque revisit. - Hoc se quisque modo fugit,
at quem scilicet, ut fit, - effugere haut potis est. Corre alla villa di campagna frustando ansiosamente i cavalli, - neanche la casa stesse andando a fuoco e dovesse domarne le fiamme; - dopodich, appena toccata la soglia, all'istante sbadiglia, - o piomba in un sonno profondo cercando l'oblio, - o se ne riparte in fretta e furia perch gli manca la citt. - Cos ciascuno fugge se stesso, quel se stesso al quale ovviamente - non si d di potere sfuggire)(1).
il mare canuto: formula omerica (a.'Kc rco/a^); cfr. Iliade, I, 350 e 359; IV, 248 ecc.; Odissea, II, 261; IV, 405 e
580; V, 410 ecc.
il lupo dimorer ... serpenti velenosi: Is n, 6-8.
le tigri regine della simmetria: cfr. W. Blake, The Tyger,
in Songs ofExperence (1794); trad. it. La tigre, in Canti dell'innocenza
e dell'esperienza. Che mostrano i due contrari stati
dell'anima umana, Feltrinelli, Milano 2014, p. 104-5 (Tyger!
Tyger! burning bright - In th forests of th night, - What
immortal hand or eye - Could frame thy fearful symmetry?
Tigre! Tigre! che bruci luminosa - nelle foreste della notte,
- quale mano o occhio immortale - ha potuto disegnare la
tua terrificante simmetria?)
Brekek.ekex-koax-k.oax : Aristofane, Le rane, vv. 209-10.

Capitolo 2. L'assemblea degli animali
Il frinire ... il ronzare: il pi lungo elenco lessicografico
di voci emesse dagli animali si trova in Svetonio, Liber de
naturis rerum (in C. Suetoni Tranquilli Praeter Caesarum Libros
Reliquiae, ed. A. Reifferscheid, Teubner, Leipzig 1860,
pp. 247-54), opera perduta, le cui testimonianze frammentarie
sono trasmesse da una compilazione medievale; a questa
tradizione antica, di cui si trova traccia anche nelle Satire
menippee di Marco Terenzio Varrone, si ispira probabilmente,
e ironicamente, F. Rabelais, Gargantua et Pantagruel;
trad. it. Gargantua e Pantagruele, a cura di M. Bonfantini,
Einaudi, Torino 2004, p. 361 (... i filosofi e medici affermano
che gli spiriti animali sorgono, nascono operano in
virt del sangue arterioso, purificato e affinato a perfezione
nella rete mirabile che giace sotto i lobi del cervello. E ci dava
l'esempio d'un filosofo, il quale si pensi d'essere in solitudine
e lungi dal volgo per meglio commentare, ragionare e
comporre, mentre invece intorno a lui abbaiano cani, ululano
lupi, ruggiscono leoni, nitriscono cavalli, barriscono elefanti,
fischiano serpenti, ragliano asini, stridono cicale, gemono
tortorelle - e cio si trovi pi frastornato che se fosse
alla fiera di Fontenay o di Niort).
Amici, animali, cittadini del mondo: cfr. W. Shakespeare,
Julius Ceasar; trad. it. Giulio Cesare, in I capolavori,
vol. I, Einaudi, Torino 2005, atto III, scena II, (inizio dell'orazione
funebre di Antonio sul corpo di Cesare).
solo con i nostri zoccoli pu imboccare i sentieri della luna:
cfr. Apuleio, Le metamorfosi-, la trasformazione di Lucio
in asino  in I, 24; la contemplazione della luna e il dialogo
con lei sono in XI, 1-5.
solo con le nostre orecchie udire il richiamo della
legge morale: cfr. C. Collodi, Le avventure di Pinocchio.
Storia di un burattino (1902), Einaudi, Torino 2014, ampiamente
ispirato ad Apuleio, Le metamorfosi cit.; la trasformazione
in asino  nel cap. XXXII (A Pinocchio gli vengono
gli orecchi di ciuco e poi diventa un ciuchino vero e
comincia a ragliare).
nella regalit olimpica dei loro occhi: allusione all'epiteto
omerico di Era regale dagli occhi di giovenca (^owtuc
tttvloc "Hpv]); cfr. Iliade, I, 551; VIII, 471; XIV, 222; XV,
49; XVIII, 357; XX, 309 ecc.
l'orso  un gentiluomo ... si sia vendicato: D. Defoe,
Robinson Crusoe (1719); trad. it. La vita e le avventure di Robinson
Crusoe, a cura di M. Fabietti, Istituto geografico De
Agostini, Novara 1983, cap. LX, pp. 249-50.
c' una parentela ... sui loro legami: Origene, Omelie
sul Levitico, trad. di M. I. Danieli, Citt Nuova, Roma
1985, V, 2, p. 100.
eseguiamo i precetti... farci strada: cfr. W. H. Auden,
Address to th Beasts (1973); trad. it. Ode alle bestie, in Grazie,
Nebbia, a cura di A. Gallenzi, Adelphi, Milano 2011,
pp. 22-23, vv. 16-24 (How promptly and ably - you execute
Nature's policies - and are never - lured into misconduct - except
by some unlucky - chance imprinting. - Endowed from
birth with good manners - you wag no snobbish elbows, - don't
leer. E con quale prontezza e abilit - eseguite i precetti
di Natura - senza seguire mai - comportamenti errati, - salvo
di tanto in tanto - qualche nefasto imprinting. - Dotati di
un'innata cortesia, - non dimenate con sussiego i gomiti - e
non guardate male).
Non supplichiamo, non chiediamo piet, non ci diamo
per vinte: cfr. Plutarco, Del mangiare carne. Trattati sugli animali,
a cura di D. Del Corno, trad. di D. Magini, Adelphi,
Milano 2001, p. 86 (Mor., 987 D).
Non mostriamo segno di sapere che siamo condannate:
cfr. Auden, Ode alle bestie cit., vv. 64-65 (But you exhibit
no signs - of knowing that you are sentenced. Eppure non
mostrate di sapere - che siete condannati),
Viviamo tenendoci lontani dalle illusioni come dal mare
aperto: Plutarco, Del mangiare carne cit., p. 91 (Mor., 989 C).
Dicono gli uomini ... senso comune: Auden, Ode alle
bestie cit., vv. 46-48 (Instinct is commonly said - to rule
you; I would cali it - Common Sense. Di solito si dice che
l'istinto - sia quello che vi guida; - mai io lo chiamerei - Senso
Comune),

Capitolo 3. Il testimone
Fermai una donna ... da bere: ispirato all'episodio testimoniato
dal video postato su Instagram a fine dicembre
2019 da Anna Heusler (bikebug 2019).

Capitolo 4. La strategia del topo
Seduto sotto un ponte si annusava il re dei topi: Sally,
testo e musica di Massimo Bubola e Fabrizio De Andr.
Copyright  1978 by Universal Music Publishing Ricordi
Srl. Tutti i diritti riservati per tutti i Paesi. Riprodotto per
gentile concessione di Hai Lonard Europe Srl.
Certi altri esperti dell'animo umano ... la peste:
Sigmund Freud a Carl Gustav Jung e Sndor Ferenczi, sbarcando
dalla nave a New York il 27 settembre 1909 (Portiamo
la peste, e loro non lo sanno ancora).
il bacillo della peste ... citt felice: A. Camus, La Peste
(1947); trad. it. La peste, in Opere, a cura di B. Dal Fabbro,
Bompiani, Milano 1992, p. 615.

Capitolo 5. Predic l'aquila, rugg il leone
In principio era il grido, e il grido sono io: cfr. Gv 1, 1
(In principio erat Verbum ... et Deus erat Verbum. In
principio era il verbo ... e il verbo era Dio).
secondo la loro celeste gerarchia: si allude al De coelesti
hierarchia dello Ps.-Dionigi Areopagita.
Sotto i troni... sul pelo del lago: la suddivisione della
gerarchia migratoria in oche, cigni, casarche, anatre, fino al
piviere,  menzionata in V. Arsen'ev, Dersu Uzala, trad. di
C. Di Paola e S. Leone, Mursia, Milano 1977 [brano incluso
in M. Sturani (a cura di), Pietre, piume, insetti, Einaudi,
Torino 2013, p. 103]; disposizione e denominazione sono liberamente
tratte da quelle delle Intelligenze Celesti esposte
in Ps.-Dionigi Areopagita, Gerarchie celesti, trad. di G. Burrini,
Tilopa, Teramo 1981, capp. 6-8, pp. 41-56.
i gradi inferiori ... gradi superiori: Ps.-Dionigi Areopagita,
Gerarchie celesti cit., p. 39.
non c' niente di nuovo sotto il sole: Ec 1, 9-10 (Quod
fuit, - ipsum est, quod futurum est. - Quod factum est, - ipsum
est, quod faciendum est: - nihil sub sole novum. Tutto ci
che  gi avvenuto accadr ancora; - tutto ci che  successo
in passato succeder anche in futuro: - non c' niente di
nuovo sotto il sole),
Il destino degli uomini ... sulle bestie: cfr. Ec 3, 19-20
(Quoniam sors filiorum hominis et iumentorum una est atque
eadem: sicut moritur homo, sic et illa moriuntur ... nihil habet
homo iumento amplius, quia omnia vanitas. - Et omnia pergunt
ad unum locum: - de terra facta sunt omnia, - et in terram
omnia pariter revertuntur. La sorte degli uomini e quella
delle bestie  la stessa: come muoiono queste muoiono quelli
... Non esiste superiorit dell'uomo sulle bestie, perch tutto
 vanit. - E tutti sono diretti verso la stessa dimora: - tutto 
venuto dalla polvere - e tutto alla polvere ritorner).
 vero che il cuore degli uomini ... tutto sar finito:
cfr. Ec 9, 5-6 (Viventes enim sciunt se esse morituros; mortui
vero nihil noverunt amplius nec habent ultra mercedem, quia
oblivioni tradita est memoria eorum. - Amor quoque eorum et
odium et invidiae simul perierunt, nec iam habent partem in
hoc saeculo et in opere, quod sub sole geritur. I vivi sanno
che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c' pi salario
per loro, perch il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il
loro odio e la loro invidia, tutto  ormai finito, non avranno
pi alcuna parte in tutto ci che accade sotto il sole).
meglio un cane vivo che un leone morto; Ec 9, 4 (Qui
enim sociatur omnibus viventibus, habet fiduciam: melior
est canis vivus leone mortuo. Certo, finch si resta uniti
alla societ dei viventi c' speranza: meglio un cane vivo
che un leone morto).
Noi pochi ... guerra: cfr. W. Shakespeare, Henry V;
trad. it. Enrico V, Garzanti, Milano 2006, atto IV, scena ni
(discorso di San Crispino).

Capitolo 6. Il dilemma del cane
Montmorency: si allude al cane di J. K. Jerome, Three
Men in a Boat (To Say Nothing of th Dog) (1889); trad. it.
Tre uomini in barca (per non parlar del cane), a cura di K. Bagnoli,
Feltrinelli, Milano 2013, p. 96.
di ritorno da una lunga guerra ... due cuccioli: cfr. Omero,
Odissea, XVII, 290-329 (il cane Argo).

Capitolo 7. Cos cant la balena
Ho visto spesso un gatto senza sorriso, ma questo mi
sembra quasi un sorriso senza gatto: cfr. L. Carroll, Alice's
Adventures in Wonderland (1865); trad. it. Alice nel Paese
delle Meraviglie, Einaudi, Torino 2015, cap. VI, p. 64 (il gatto
del Cheshire).
Guai al canarino ... di parlare!: la filastrocca  liberamente
ispirata a T. S. Eliot, Growltiger's Last Stand, in Old
Possum's Book ofPractical Cat (1939); L'ultima resistenza di
Sandogtt, in II libro dei gatti tuttofare, trad. di R. Sanesi, Bompiani,
Milano 2020, pp. 40-41 (Woe to th weak canary,
that fluttered from its cage; - Woe to th pampered Pekine-
se, that faced Growltiger's rage; - Woe to th bristly Bandicoot,
that lurks on foreign ships, - And woe to any Cat with
whom Growltiger carne to grips! Povero il canarino che
frulla dalla gabbia - e il pechinese viziato, costretto a affrontare
la rabbia - di Sandogtt; e povero il topo muschiato - che
si nasconde tremante su navi straniere, - come qualsiasi Gatto
che incontri il Bucaniere!)
dagli uccelli sospesi nel cielo e dalle bestie acquattate
sulla terra e in cui  alito di vita: Gn 1, 30 (et cunctis animantibus
terrae omnique volucri caeli et universis quae
moventur in terra et in quibus est anima vivens; e a ciascuno
degli animati della terra e a ogni uccello del cielo e a tutte
le bestie che strisciano sulla terra e in cui vive un'anima),
le pianure liquide: formula omerica (uyp xXeu&a,
letteralmente i sentieri liquidi): Iliade, I, 312; Odissea, III,
71; IV, 842; IX, 252; XV, 474.
chiome canute; formula omerica (X? TtoXt?); cfr. Iliade,
I, 349; XIII, 681; XIV, 30; XIX, 266; XXI, 58; Odissea,
II, 260; IV, 579; IX, 131; XII, 179; XXIII, 235 ecc.
colore del vino: formula omerica (oLvoi]; 7ivtoi;,1 mare
color del vino): Iliade, II, 613; V, 771; VII, 88; XXIII,
316; Odissea, 1, 182; IV, 474; V, 221; XII, 388; XIX, 274 ecc.
Aveva la fronte ... pinna destra: cfr. H. Melville,
Moby-Dick (1851), trad. di O. Fatica, Einaudi, Torino 2016,
p. 204 (Whosoever of ye raises me a whiteheaded whale
with a wrinkled brow and a crooked jaw; whosoever of ye
raises me that white-headed whale, with three holes punctured
in his starboard flukelook ye, whosoever of ye raises
me that same white whale, he shall have this gold ounce,
my boys! Chi di voi mi segnaler una balena con la testa
bianca, la fronte rugosa e la ganascia storta; chi di voi
mi segnaler quella balena con la testa bianca e tre buchi
nella pinna di tribordo... statemi a sentire, ragazzi miei,
chi di voi mi segnaler proprio quella balena bianca, avr
quest'oncia d'oro!)
sulla nera terra: formula omerica (yata fjtXoava, la
nera terra): Iliade, II, 699; XIII, 655; XVII, 416; XX, 494;
Odissea, XI, 364; XIII, 427; XIX, in ecc.
il mare si gonfiava ... peccato e dolore: Melville, Moby-Dick
cit., pp. 291-92 (And heaved and heaved, stili unrestingly
heaved th black sea, as if its vast tides were a conscience;
and th great mundane soul were in anguish and remorse for
th long sin and suffering it had bred. E senza tregua, senza
mai requie il nero mar si sollevava, come se gli immani flussi
fossero una coscienza, e la grande anima mundi fosse preda
d'angoscia e di rimorso per le pene e i peccati a lungo coltivati).
come un grande muro bianco: cfr. Melville, Moby-Dick
cit., p. 206 (To me, th white whale is that wall, shoved near
to me. Sometimes I think there's naught beyond. Per me
quel muro  la balena bianca: me l'hanno addossato contro).
Quelli che servono idoli falsi... rigettati sulla terra: liberamente
ispirato a Gio 2, 3-10 (De ventre inferi clamavi
... proiecisti me in profundum in corde maris, - et flumen circumdedit
me; - omnes gurgites tui et fluctus tui - super me transierunt...
circumdederunt me aquae usque ad guttur, - abyssus
vallavit me, - iuncus alligatus est capiti meo -... terrae vectes
concluserunt me in aeternum -... - qui colunt idola vana, - pietatem
suam derelinquunt; - ego autem in voce laudis - immolabo
tibi, - quaecumque vovi, reddam. Dal profondo degli
inferi ho gridato -... Mi hai gettato nell'abisso, nel cuore del
mare, - e le correnti mi hanno circondato; - tutti i tuoi gorghi
e le tue onde - sono passati sopra di me -... Le acque mi hanno
sommerso fino alla gola, - l'abisso mi ha avvolto, - l'alga si
 avvinta al mio capo ... la terra ha chiuso le sue spranghe
dietro a me per sempre -... Quelli che servono idoli falsi - abbandonano
il loro amore. - Ma io con voce di lode - offrir a
te un sacrificio - e scioglier il voto che ho fatto).

Capitolo 8. Che fare?
quel regista inglese: A. Hitchcock, Gli uccelli (1963).
Le aquile ... nei loro miti: per il mito di Ganimede rapito
da Zeus in forma di aquila cfr. Eratostene, Catasterismi,
I, 30 (sulla costellazione dell'Aquila, presso cui  assunto Ganimede,
che diviene l'Acquario); Ps.-Apollodoro, Biblioteca,
3, 141 (idem); Luciano, Dialoghi degli dei, 4 (dialogo tra
Zeus e Ganimede).
Ci sono pi cose ... concepire: cfr. W. Shakespeare,
Hamlet -, trad. it. Amleto, Einaudi, Torino 2019, atto I, scena V
(Amleto a Polonio).
I nostri uccelli ... all'ombra: cfr. Plutarco, Apophtegmata
Laconica (Mor., 225. (frase di Leonida alle Termopili)
(Ayovxo? S tivoq ino twv t-cyTU[jiTwv twv (3ap(3pwv
oS tv yjXiov ISetv Icuxv,' oxouv' ecp?) /ptev, ei U7i
axtv auTotc uLa'/eaas&a. Avendogli detto uno dei suoi:
Le frecce dei nemici oscureranno il sole, rispose: Tanto
meglio, cos combatteremo all'ombra).
lo spirito del tempo ... irrompe a cavallo: cfr. G. W. F.
Hegel, Epistolario, Guida, Napoli 1983, vol. I, p. 233 (lettera
a F. I. Niethammer sull'entrata di Napoleone ajena il 13 ottobre
1806: Ho visto l'imperatore, questo Zeitgeist... a cavallo
per la citt ...  una sensazione prodigiosa vedere un simile
individuo che stando qui, confinato in un singolo punto, in
sella a un cavallo, si irradia per tutto il mondo e lo domina).
butta all'aria ... che gioca: cfr. Eraclito, fr. 22 B 52
Diels-Kranz (awv naie, <m tcou^wv Tisaaeuow. Il tempo
 un bambino che gioca spostando i pezzi sulla scacchiera).

Capitolo 9. Il ritorno del corvo
un uomo vecchio e barbuto: cfr. la leggenda dei Ciukci
sul dio-corvo Kutkh (Kutkh e i topi)-. Kutkh, il grande corvo,
volava per il cosmo: stanco di quel continuo volare, rigurgit
la terra dal becco e atterr su di lei prendendo l'aspetto di
un uomo vecchio, in G. A. Menovschikov, Ck33km m mm^m
HapoflOB HyKOTKw m KaMHaTKM (Racconti e miti dei popoli della
Cukotka e della Kamcatka), Nauka, Mosca 1974.
Mai pi:  il refrain di E. A. Poe, The Raven (1845);
trad. it. Il corvo, in The Raven. Ulalume. Annabel Lee. O corvo.
Ulalume. Annabel Lee. Il corvo. Ulalume. Annabel Lee,
Einaudi, Torino 1995.
L'aurora ... con le sue dita rosee: formula omerica
(poSoSxTU/.oc 'Hc?. l'aurora dalle dita di rosa); cfr. per
esempio Iliade I, 477; VI, 175; XXIV, 788; Odissea II, 1;
IV, 431.
per due yuan: cfr. Chad Gadya (Il capretto), canzone
tradizionalmente intonata dai bambini alla fine del seder
della Pasqua ebraica: Haggad di Psach secondo il rito italiano,
con le principali varianti dei riti tedesco e spagnolo e con
Haggad per bambini, a cura di R. Bonfil
e A. Sfer, Canicci, Roma 1982.

Parte seconda.

Capitolo 1. Gli alleati dell'uomo
bipedi ... implumi: cfr. il detto attribuito a Platone da
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI, 2,41, citato proverbialmente
dai pi tardi autori latini (Homo est animal
bipes sine pennis, L'uomo  un bipede implume) e mutato
da Severino Boezio in Homo est animal bipes rationale
(L'uomo  un bipede razionale).
che non pu essere contenuta in nessun vaso: Platone,
Repubblica, X, 621 A (mito di Er) ([le anime] si avviarono
tutte verso la pianura del Lete in una calura ardente e terribile,
essendo il luogo spoglio di alberi e di quant'altro germoglia
dalla terra. Quando fu scesa la sera si accamparono
presso il fiume Amelete, la cui acqua non pu essere contenuta
in nessun vaso; cosicch bisogna bere l stesso una certa
misura di quell'acqua. Ma le anime che non sono trattenute
dalla prudenza ne bevono pi della giusta misura, e via via
che la bevono perdono memoria di ogni cosa)(*)
come il caglio fissa e lega il bianco latte: Empedocle,
fr. 33 Diels-Kranz (trad. di A. Tonelli).
il sacro ght-. cfr. la cosmografia dei Purna, secondo cui
esistono sette continenti, separati da oceani circolari concentrici,
i pi esterni dei quali sono fatti di burro chiarificato
(ght), cagliata, latte e acqua dolce; ma anche il mito della
frollatura o zangolatura dell'oceano (samudra manthan) di latte,
che ricorre nel Mahdbharata XVII-XIX, nel Visnu Purna
I, 9, nel Rdmyana XLV e anche altrove.
mescolanza ... nascita: cfr. Empedocle, fr. 8 Diels-Kranz.
pesce muto che guizza dal mare: Empedocle, fr. 117
Diels-Kranz (trad. di A. Tonelli).
scimmia nuda: allusione al titolo di D. Morris, The Naked
Ape: A Zoologist's Study of the Human Animal (1967);
trad. it La scimmia nuda. Studio zoologico sull'animale uomo,
Bompiani, Milano 2018.
ogni cosa ... per l'altra: ispirato a Empedocle, fr. 21
Diels-Kranz.
I tuoi profeti... sonno: allusione alla leggenda popolare
di Maometto e della gatta Mu'izza.
l'inclinazione dell'umanit ... solo con la morte: T. Hobbes,
Leviathan, I, n, in Hobbes's Leviathan. Reprintedfrom
th edition of 1651, Clarendon Press, Oxford 1909, p. 75;
trad. it. Leviatano o la materia, la forma e il potere di uno Stato
ecclesiastico e civile, Laterza, Roma-Bari 2020, p. 78 (So
that in th first place, I put for a general inclination of all
mankind, a perpetual and restless desire of power after power,
that ceaseth only in death. Indico dunque in primo
luogo come inclinazione generale dell'umanit una perpetua
e irrequieta brama di potere dopo potere, che cessa solo con
la morte),
Non trovano ... successivo: Hobbes, Leviathan, I,
II, in Hobbes's Leviathan cit., p. 75; Leviatano cit., p. 78
(The Felicity of this life, consisteth non in th repose of
a mind satisfied. For there is no such ... Summum Bonum,
(greatest Good) as is spoken of in the Books of the old Morall
Philosophers ... Felicity is th continuall progresse of
th desire, from one object to another; th attaining of th
former, being stili but th way to th later. La felicit
di questa vita non consiste nel riposo di una mente soddisfatta.
Non c' questo ... Summum Bonum (bene sommo),
quale  descritto nei libri degli antichi filosofi morali ... La
felicit  il continuo trascorrere del desiderio da un oggetto
all'altro; il conseguimento del primo non  che la via verso
il successivo).


L'ASSEMBLEA DEGLI ANIMALI
L'anima degli animali ... virt: Plutarco, Del mangiare
carne cit., p. 84 (Mor., 987 B) (E migliore l'anima che produce
la virt senza fatica, come un frutto spontaneo ... L'anima
degli animali  pi felicemente predisposta per natura al formarsi
della virt ed  pi compiuta a tale scopo; perch senza
avere ricevuto imposizioni n insegnamenti... essa produce e
fa crescere naturalmente la virt adeguata a ciascuno di loro).
A differenza che per l'uomo ... il bene di tutti: Hobbes,
Leviathan, II, 17, in Hobbes's Leviathan cit., p. 130; Leviatano
cit., p. 141 (Amongst these creatures, th Common good
differeth not from th Private; and being by nature enclined
to their private, they procure thereby th common benefit.
Tra queste creature il bene comune non differisce da quello
privato; ed essendo per natura spinte a cercare il loro bene
privato, procurano in tal modo il bene di tutti).

Capitolo 2. La grande quarantena
Curioso ... pi curioso: cfr. Carroll, Alice nel Paese delle
Meraviglie cit., cap. n, p. 12 (Curiouser and curiouser!)
Poteva resistere ... tentazioni: cfr. l'aforisma di Oscar
Wilde (I can resist everything except temptation. Posso
resistere a tutto tranne che alle tentazioni), in O. Wilde,
Aforismi, Edizioni Sabina;, Roma 2017, p. 86.
La gatta bianca: cfr. la fiaba di M.-C. d'Aulnoy, La Gatta
Bianca (1698), nella traduzione dal francese di C. Collodi
in I racconti delle fate (1875), Adelphi, Milano 1976.
Si dice che ciascun gatto abbia tre nomi: cfr. T. S. Eliot,
The Naming ofCats; trad. it. Il nome dei gatti, in II libro dei
gatti tuttofare cit., p. 25.

Capitolo 3. Ne moriranno migliaia
Pur non leggendo i giornali... preparando: J. London,
The Call of the Wild (1903); trad. it. Il richiamo della foresta,
Einaudi, Torino 2016, p. 3 (Buck did not read newspapers,
or he would have known that trouble was brewing. Buck,
non leggendo i giornali, non poteva sapere che guai si stavano
preparando).
ogni cane ... chiss dove: cfr. London, Il richiamo della
foresta cit., p. 3 (For every tidewater dog, strong of muscle
and with warm, long hair, from Puget Sound to San Diego.
Per ogni cane di forte muscolatura, lungo e morbido pelo,
da Puget Sound a San Diego).
Vox Canis, Vox Dei: allusione al detto Vox Populi,
vox Dei per il quale cfr. in primis Alcuino di York, Capitulare
admonitionis ad Carolum,  IX (Nec audiendi qui solent
dicere Vox populi, vox Dei, cum tumultuositas vulgi semper
insaniae proxima sit. Non bisogna prestare orecchio a
quanti sono soliti dire voce del popolo, voce di Dio, poich la
tumultuosit del volgo  sempre a un passo dalla follia), in
Stephani Baluzii Miscellanea, I, Muguet, Paris 1678, p. 376.
Cacci ... tutto il corpo: Rabelais, Gargantua e Pantagruele
cit., cap. XX, p. 385 (Dopo di che, il muto sternut, con
insigne veemenza e concussione di tutto il corpo, voltandosi a
sinistra. - Virt di un bue di legno! - disse Pantagruele, - che
cosa vedo? Questo non  a vostro vantaggio. Denota che il vostro
matrimonio sar infausto e disgraziato. Questo sternuto
(come ci insegna Terpsione)  manifestazione del dmone socratico:
il quale, fatto a destra, significa che si pu con tutta
sicurezza e allegramente fare e andare ci che e dove si era deliberato,
e gli inizi, progressi e successi, saranno tutti buoni e
felici; ma se lo sternuto  a sinistra, vien tutto al contrario).
cani perduti senza collare: si richiama il titolo del romanzo
di G. Cesbron, Chiens perdus sans collier (1954); trad. it.
Cani perduti senza collare, Rizzoli, Milano 2012.
si crede ... meditazione: cfr. D. Pennac, La Fe Carabine
(1987); La fata carabina, trad. di Y. Melaouah, Feltrinelli,
Milano 2020, p. 37.
Nessun metodo ... fare ci che deve essere fatto?: H. D.
Thoreau, Walden; or, Life in th Woods (1854); Walden ovvero
Vita nei boschi, trad. di L. Lamberti, Einaudi, Torino
2015, p. 102 (No method nor discipline can supersede th
necessity of being forever on th alert. What is a course of
history, or philosophy, or poetry, no matter how well selected,
or th best society, or th most admirable routine of life,
compared with th discipline of looking always at what is to
be seen? Nessuna regola o metodo sostituisce la necessit
di restare sempre vigili. Cos' mai un corso di storia, di filosofia
o di poesia, per quanto bene scelto; che cos' mai la
migliore societ o la pi ammirevole pratica di vita in confronto
alla disciplina dell'osservare sempre con attenzione
tutto ci che si pu vedere?)
ricominci ... abitudini perdute: cfr. R. Kipling, If
(1895), vv. 17-20, in Rewards and Fairies (1910) (If you can
make one heap of all your winnings - And risk it on one turn
of pitch-and-toss, - And lose, and start again at your beginning,
- And never breathe a word about your loss. Se puoi
fare un solo mucchio di tutte le tue vincite - e giocartelo in un
unico lancio a testa o croce, - e perdere, e ricominciare dall'inizio
- senza un fiato sulla tua perdita). Nella traduzione italiana
del libro (R. Kipling, Il ritorno di Puck, Adelphi, Milano
2004) la poesia  stata sfortunatamente espunta.
Quale essere ... tripode?: l'enigma della sfinge si legge
in Ps.-Apollodoro, Biblioteca, III 5, 8 (tl scttiv o uxav
jom 9cov/jv Texpuouv xal SiTtouv xal xplrcouv yIvexat.);
cfr. anche Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, IV, 64,3 e
Ateneo, Deipnosofisti, X, 4$6h.
Zitto, zitto! ... momento?: F. Nietzsche, Alsosprach
Zarathustra. Ein Buch fiir Alle und Keinen (1885); Cos parl
Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, trad. di M.
Montinari, Adelphi, Milano 1989, parte IV, Mezzogiorno,
p. 334.
Dolce suona ... il cuore in petto: cfr. Saffo, fr. 31 Voigt,
vv. 1-6 (<t>odvsToa jjloi xvjvo? Icsoq &olctiv - ' wvyjp,
otte. ivvxi? fot. - aSvet. xal rcXacuov aSu 900vel-1 aaq
7taxo٣t. - xal ysAalcra? fjtipocv, t [x' 7| piv - xapStav v
cmf]&ec7(.v ETtTaicTEV. Pari agli di mi sembra - quell'uomo
che di fronte - ti siede e da vicino dolce suonare - la tua voce
ascolta - e il tuo riso che accende il desiderio, e il cuore - mi
fa scoppiare in petto).
simile a una nave ... anima mia?: Nietzsche, Cos parl
Zarathustra cit. pp. 334-35.

Capitolo 4. Aprile, il pi crudele
alcioni ... come uno specchio: W. Pater, Marius th
Epicurean (1885); Mario l'Epicureo, trad. di L. Storoni Maz-
zolani, Einaudi, Torino 1970, p. 229.
note piene ... mandavano: Pater, Mario l'Epicureo
cit., ibid.
Aprile  il mese ... desiderio: T. S. Eliot, The Waste
Land (1922), 1. The Burial of th Dead, vv. 1-3; trad. it. La terra
desolata, Einaudi, Torino 1965 (April is th cruellest month,
breeding - Lilacs out of th dead land, mixing - Memory and
desire. Aprile  il mese pi crudele, fa crescere - lill dalla
terra morta, mescola - memoria e desiderio),
nel bagliore ... corna del cervo: cfr. la leggenda agiografica
di sant'Eustachio che si legge nella sua Vita, riportata da
Jacopo da Varagine: Jacobus de Voragine, Legenda Aurea, a
cura di G. P. Maggioni, Sismel, Firenze 1998, vol. II, cap. cl-
VII, p. 1090 (Cervus... conscendit et Placidus ... cum cervum
diligenter consideraret vidit inter cornua eius formam ... fulgentem.
Il cervo si avvicin e Placido ... Guardando bene
il cervo vide tra le sue corna una forma ... fulgente).
Avere coraggio  spaventare ci che ti spaventa: si richiama
Walt Disney, Bambi (1942).
natura ... tempio: cfr. C. Baudelaire, Correspondances
(1857); trad. it. Corrispondenze, in I fiori del male e altre poesie,
Einaudi, Torino 2014, p. 14 (La Nature est un temple
o de vivants piliers - laissent parfois sortir de confuses paroles;
- l'homme y passe  travers des forts de symbols - qui
l'observent avec des regards familiers. La natura  un tempio
dove colonne viventi - lasciano a volte sfuggire confuse
parole; - l'uomo vi passa attraverso foreste di simboli - che lo
osservano con sguardi familiari).

Capitolo 5. Madri
Mamma anatra: allusione alla raccolta di fiabe di C.
Perrault, Les Contes de ma mre l'Oye (1697); trad. it. I racconti
di Mamma Oca, Hoepli, Milano 2011; cfr. anche la
trasposizione musicale di M. Ravel, Ma mre l'Oye (1908).
La provincia ... nell'anima: aforisma di Pitigrilli.
come nella copertina ... di insetti: il riferimento  a
The Beatles, Abbey Road (1969).
le regole assegnate a questa parte di universo: Gli uccelli,
testo di Franco Battiato / musica di Franco Battiate e
Giusto Pio. Copyright  1981 by EMI Music Publishing Italia
Srl. Tutti i diritti riservati per tutti i Paesi. Riprodotto
per gentile concessione di EMI Music Publishing Italia Srl
e Hai Lonard Europe Srl.
Che ha paura del buio ... il cielo di di: G. Pascoli, Il
fanciullino (1897), a cura di G. Agamben, Feltrinelli, Milano
2019, cap. m, p. 31.
sull'acqua del fiume ... mai la stessa: cfr. Eraclito,
fr. 91 Diels-Kranz (IloTa[Jiw!. yp ox Icttlv luLprjvoa Si?
twi aTtoi xa&' 'HpxXeixov. Non  possibile entrare due
volte nell'acqua dello stesso fiume).
zampe palmate fuori dell'acqua: cfr. l'opinione del Fisiologo
greco secondo cui la sirena ha met corpo umano ma
zampe d'oca ed  quindi un palmipede, pi mezzo uccello che
mezzo pesce; in Physiologus, ed. F. Sbordone, Milano 1936
(ristampa anastatica Hildesheim 1976 e 1991), 13 e i3bis.
un retore: si tratta di Libanio.
una scrittrice inglese: si tratta di Virginia Woolf.
una ragazza povera e orfana: si tratta di Cenerentola,
il cui mito antichissimo  oggi conosciuto principalmente
nelle versioni di G. Basile, La gatta Cennerentola, inclusa ne
Lo cunto de li cunti (1634-1636), e in quelle di C. Perrault,
Cendrillon ou la Petite Pantoufle de vene (1697) e dei fratelli
Grimm, Aschenputtel (1812).
fluttuava come un grande giglio: cfr. A. Rimbaud,
Ophlie (1870); trad. it. Ofelia, in Opere, a cura di O. Bivort,
Marsilio, Milano 2009, pp. 136-37 (Sur Tonde calme et noire
o dorment les toiles - la bianche Ophlie flotte comme un
grand lys. Sull'acqua calma e nera dove dormono le stelle
- la bianca Ofelia fluttua come un grande giglio).

Capitolo 6. Era di maggio
Era di maggio ... dentro la fontana: libero adattamento
di S. Di Giacomo, Era de maggio (1885).
tutti i problemi... stanza: cfr. B. Pascal, Penses, Guillaume
Desprez, Paris 1670; trad. it. Pensieri, Rizzoli, Milano
2018, p. 63 (... j'ai souvent dit, que tout le malheur des hommes
vient de ne savoir pas demereur en repos dans une chamber.
... ho detto spesso che tutta l'infelicit degli uomini
deriva dal fatto di non sapere stare seduti in una stanza),
questo mondo ... intelligenza: Platone, Timeo, VI,
30b-30c (ouxuQ ouv 87) xax Xyov tv elxxa Set Xyetv
xvSe tv xafAov 'Cto'j e^u^ov evvouv re zrj Xyj&eia St-
TY]v toO &eou ysvcrOoa Ttpvotav. Cos dunque, secondo
verosimiglianza logica, si deve dire che questo mondo  un
essere vivente dotato di anima, di intelligenza, e generato in
senso proprio tramite la provvidenza del dio),
ogni vita umana ... della natura: cfr. A. Schopenhauer,
Die Weltals Wille und Vorstellung (1819); trad. it. Il mondo
come volont e rappresentazione, a cura di A. Vigliani, Mondadori,
Milano 2014, p. 455 (Un individuo, una figura umana,
una vita umana, sono solo un nuovo breve sogno dello spirito
infinito che anima la natura, e dell'eterna volont di vivere),
la morte aveva sciolto le ginocchia: formula omerica
(youvax' fXuaev, sciolse le ginocchia), cfr. Iliade, XI,
579; XVI, 425 ecc.
Grande era la confusione ... eccellente: Mao Zedong,
lettera alla moglie, 8 luglio 1966.
Laguardavano ... albero morto: A. Camus, L'Etranger
(1942); Lo straniero, trad. di A. Zevi, in Opere cit., p. 136.
il medico viennese ... nevrosi: si allude a S. Freud,
Bemerkungen iibereinen Fallvon Zwangsneurose (1909); trad. it.
L'uomo dei topi, in Casi clinici 2, Bollati Boringhieri, Torino
2013.
Si pu negoziare su tutto nelle fogne: omaggio a
L. Sepulveda, Historia de una gaviota y delgato que le ensen a
volar (1996); Storia di una gabbianella e del gatto che le insegn
a volare, trad. di I. Carmignani, Salani, Milano 2018, p. 81.
 come se morisse ... tenebre: cfr. Sai 88 (87), 16-19
(Pauper sum ego et moriens ... ; - portavi pavores tuos et conturbatus
sum. - ... Terrores tui exciderunt me. - Circuierunt
me sicut aqua tota die, - circumdederunt me simul. - Elongasti
a me amicum et proximum, - et noti mei sunt Tenebrae.
Sono morente, sfinito ... - ; oppresso dai tuoi terrori sono
sconvolto. -... I tuoi orrori mi hanno annientato. - Mi circondano
come acqua tutto il giorno, - tutti insieme mi avvolgono.
- Hai allontanato da me amici e conoscenti, - mi sono
compagne solo le tenebre).

Capitolo 7. Fiutare la morte
Se la morte ... al cospetto: G. Steiner, Di uomini e di
bestie, in I libri che non ho scritto, trad. di F. Conte, Garzanti,
Milano 2008, cap. 6, p. 183.
della bella dama senza piet: allusione a J. Keats, La
Belle Dame sans Merci (1819).
Buck: cfr. London, Il richiamo della foresta cit.
anelavano ... all'aurora: cfr. Sai 130 (129) [Deprofundis), 6
(Speravit anima mea in Domino - magis quam custodes
auroram. L'anima mia anela al Signore - pi che le
sentinelle all'aurora).
tende l'orecchio ... avvolto nel cotone: cfr. E. A. Poe,
The Tell-Tale Heart (1843); trad. it. Il rumore del cuore, in
I racconti, trad. di G. Manganelli, Einaudi, Torino 2017,
p. 362 (And have I not told you that what you mistake for
madness is but over-acuteness of th sense? -now, I say, there
carne to my ears a low, dull, quick sound, such as a watch
makes when enveloped in cotton. I knew that sound well,
too. It was th beating of th old man's heart. Ma non
vi ho detto che quel che voi fraintendete per demenza non
 che innaturale acutezza dei sensi? Ora, ecco, giungeva alle
mie orecchie un suono fioco, opaco, e rapido, quasi d'un
orologio avvolto nell'ovatta. Anche quel suono io conoscevo
bene. Era il cuore del vecchio),
sovracutezza dei sensi: cfr. Poe, The Tell-Tale Heart
cit. (over-acuteness of th sense).
si rispecchiano ... si spezza: liberamente ispirato a Steiner,
Di uomini e di bestie cit., p. 194.
in quel che restava della notte ... l'aurora: cfr. Is 21,
11-12 (Ad me clamat ex Seir: - Custos, quid de nocte? - Custos,
quid de nocte? - Dixit custos: Venit mane, sed etiam
nox. Mi grida da Seir: - Sentinella, a che punto  la notte?
Sentinella, a che punto  la notte? La sentinella risponde:
Viene la mattina, e viene anche la notte).
quell'uomo ... fino al terzo cielo: il riferimento  a san
Paolo (cfr. 2 Cor 12, 1-5).
ci che  stato, che  e che sar: formula omerica (x t'
vxa toc. t' aa'fjisva Tcp t' vxa), cfr. per es. Iliade I, 70.
il suo pensiero ... provasse paura: cfr. G. Leopardi,
L'infinito (1819), in Canti, Einaudi, Torino 2016, pp. 105-6.

Capitolo 8. E-stin-zio-ne
Gli occhi le si assottigliavano ... da fachiro: omaggio
a Colette, Dialogues de btes (1904); Cane & gatto. Croce e
delizia di una vita in comune, trad. di A. Galeotti, Donzelli,
Roma 2009, p.115.
Gli umani ... poco perspicaci: cfr. Empedocle, fr. II
Diels-Kranz.
Le forze diffuse ... parte della vita: Empedocle, fr. 2
Diels-Kranz, 1-3 (trad. di A. Tonelli).
Svaniscono come fili ...  capire: cfr Empedocle, fr. 2
Diels-Kranz, 4 e 6-7.
vivere ... dissolversi: cfr. Empedocle, fr. 15 Diels-Kranz.
non sar mai vuota l'eternit infinita: Empedocle, fr.
16 Diels-Kranz (trad. di A. Tonelli).
fantasia di piccoli mercuri ... egocentrico comfort:
cfr. J. Hillman, Dream Animals (1997); Presenze animali,
trad. di A. Serra e D. Verzoni, Adelphi, Milano 2016, p. 80.
L'animale ... stravagante: C. G. Jung, Visioni. Appunti
del Seminario tenuto negli anni 1930-1934, 2 voll., a cura
di C. Douglas, trad. di L. Perez e M. L. Ruffa, Magi, Roma
2004, vol. I, p. 184 (In natura, l'animale  un cittadino educato.
E pio, segue il suo percorso con grande diligenza, non
fa nulla di stravagante. [...] Solo un uomo pu comportarsi
in maniera vergognosa),
Conoscere se stesso: riferimento al motto inciso nel tempio
di Apollo a Delfi (yvtik cteocutv, conosci te stesso),
menzionato pi volte in Platone (cfr. Vilebo, 48C; Carmide,
1945, ija; Protagora, 34}b) e anche in Senofonte (Memo-
rabilia, IV, 2, 24).
ogni uomo ... nella sua tana; Lautramont, Les Chants
de Maldoror (1869), Chant Premier; trad. it. I canti di Mal-
doror, a cura di L. Colombo, trad. di N. M. Buonarroti, Feltrinelli,
Milano 2010, p. 14 (Chaque homme vit comme un
sauvage dans sa tanire, et en sort rarement pour visiter son
semblable, accroupi pareillement dans une autre tanire.
Ogni uomo vive come un selvaggio nella sua tana, e di rado
ne esce per andare a trovare il suo simile, ugualmente accovacciato
nella sua tana).
L'uomo ... animale politico: Aristotele, Politica, 12538
e i278b ( v&pwTto? (pvaei tcoXiti.xv i^wov. L'uomo  per
natura un animale politico).
Se la posta  il bene comune ... servigio ricevuto:
cfr. F. Guicciardini, Ricordi (1530), Bur, Milano 1977, serie
prima, 167 (... perch, toccando al commune, nessuno
si tiene servito in proprio. Per chi si affatica per e' populi
e universit, non speri che loro si affatichino per lui in uno
suo pericolo o bisogno, o che per memoria del servizio lascino
una sua commodit).
La grande famiglia universale ... logica pi mediocre:
Lautramont, Maldoror cit., p. 14 (La grande famille universelle
des humains est une utopie digne de la logique la
plus mdiocre. La grande famiglia universale degli umani
 un'utopia degna della logica pi mediocre).
Se non conosci... sconfitta certa: Sun Tzu, L'ascte della
guerra (SnzBngf, L'arte della Guerra di Sunzi), trad. di
G. Fiorentini, Ubaldini, Roma 1990, cap. 3, 6, p. 82 (Perci
 detto che se conosci gli altri e te stesso, non sarai in
pericolo anche in centinaia di battaglie; se non conosci gli
altri ma conosci te stesso, ne vincerai una e perderai l'altra;
ma se non conosci gli altri n te stesso, ogni battaglia
ti sar letale).
C' ancora del buono in lui: si richiama la frase detta
da Luke Skywalker a Obi-Wan Kenobi in Il ritorno dello
Jedi (George Lucas, 1983).

Capitolo 9. Metamorfosi
Non  detto ... quando descriveva: cfr. I. Calvino, Le
citt invisibili (1972), Mondadori, Milano 2016, p. 5.
Siamo nati ... greti di torrenti: il brano  liberamente
ispirato a Steiner, Di uomini e di bestie cit., p. 185.
nati... da denti di drago: si allude al mito di Cadmo,
cfr. Apollonio Rodio, Argonautiche, 3, 1177-79; gi in Ellenico
di Lesbo, 4, F, fr. ib e fr. 51 Jacoby; Ferecide di Atene,
frr. 443, 44b Mller.
uova dal guscio d'argento: si allude al mito della teogonia
orfica, I, fr. 12 Diels-Kranz.
plasmati dalla natura degli uccelli: cfr. Aristofane, Gli
uccelli, vv. 779-821.
allattati da lupi su sponde di fiumi: si allude al mito di
Romolo e Remo, cfr. in primis Livio, Ab urbe condita, I, 4.
nutriti da corvi su greti di torrenti: si allude all'episodio
biblico di Elia nutrito dai corvi per volere divino, 1 Re 17,1-6.
medicati... tane: su Asclepio come talpa cfr. H. Grgoire,
avec la collaboration de R. Goossens et de M. Mathieu,
Asklpios, Apollon Smintheus et Rudra. tudes sur le dieu  la
taupe et le dieu au rat dans la Grce et dans l'Inde, Palais des
Acadmies, Bruxelles 1949.
Come un bambino ... da un essere in un altro: cfr. Plutarco,
Del mangiare carne cit., pp. 78 (Mor., 985 F) e 81
(Mor., 986 D).
un senso ... nei bracieri: cfr. Calvino, Le citt invisibili
cit., p. 5.
Ricerca dentro di te questi animali e li troverai nella
tua anima: Origene, Omelie sulLevitico cit., V, 2, p. 103.
hai in te stesso ... anche le stelle: Origene, Omelie sul
Levitico cit., ibid.
sei anche ... intrappolare il topo: cfr. Hillman, Presenze
animali cit., p. 80.
discernervi la filigrana ... delle termiti: Calvino, Le
citt invisibili cit., p. 5.
grandi imperatori d'Oriente ... in difesa degli animali:
si allude all'editto di Asoka, in Gli editti di Asoka, a cura di
G. P. Carratelli, Adelphi, Milano 2003, p. 89 (Nel Ventesimosesto
anno del mio regno ho prescritto che non devono
essere uccisi questi animali: pappagallo, alzavola, volpoca,
oca selvatica, nottola, formica, tartaruga d'acqua, gambero,
razza, tartaruga e porcospino, scoiattolo, barasinga, lucertola,
mangusta, rinoceronte, piccione bianco, piccione domestico
e ogni quadrupede che non si utilizza e non si mangia.
Inoltre la capra e la pecora e la scrofa pregne o allattanti non
devono essere uccise, e neppure alcuno dei loro piccoli nati
da meno di sei mesi. Neppure deve castrarsi il gallo. Non si
deve bruciare un cumulo di paglia in cui sono esseri viventi;
n dar fuoco a un bosco senza ragione o per far danno. Un
vivente non deve nutrirsi di un vivente),
Di corvo, per esempio: un culto sciamanico del dio-corvo
(Kutkh, Kutq ecc.)  attestato ancora oggi presso i popoli della
Kamcatka, cfr. D. Koester, When th Fat Raven Sings: Mimesis
and EnvironmentalAlterity in Kamchatka's Environmental-
ist Age, in E. Kasten (ed.), People and th Land: Pathways to
Reform in Post-Soviet Siberia, Dietrich Reiner Verlag, Berlin
2002; W. Jochelson, The Koryak, E. J. Brill, Leiden 1908.
Altri di-corvi si ritrovano ad esempio in Cina, come l'uccello del sole a tre zampe (snzw), motivo solare, o l'uccello
Qingniao, associato alla Regina Madre d'Occidente e portatore
dei suoi messaggi: R. E. Strassberg (ed.), A Chinese Bestiary:
Strange Creatures from th Guideways through Mountains and
Seas, University of California Press, Berkeley 2002, p. 195.
e sapevano ... la via: F. Nietzsche, Der Antichrist ( 1895);
trad. it. L'Anticristo, a cura di F. Masini, Newton Compton,
Roma 1984, p. 25 (Noi siamo Iperborei, noi sappiamo abbastanza
bene quanto in disparte viviamo. Non per terra, n
per acqua troverai la via che mena agli Iperborei: gi Pindaro
sapeva questo di noi. Al di l del Nord, del ghiaccio,
della morte - la nostra vita, la nostra felicit... Noi abbiamo
scoperto la felicit, noi sappiamo la strada, noi trovammo la
via fuori da interi millenni di labirinto).
Apollo tinse di nero ... il centauro Chirone: Ovidio,
Metamorfosi, II, 534-632.
arco d'argento ... frecce ... faretra: cfr. Omero, Iliade,
I, 45-46 e 48-49 (... t^' w[i.oi(7iv XWV .fjLtpv)pcpoc te
cpapeTprjv- |exXay;av 8' p' icttol n' wfxtov ^wofxvoto
... [jisTa S' v Y)xe- ISeivY] S xXayyy] yvex' pyupoio
[ikolo- ... portando l'arco sulle spalle e la chiusa faretra; - suonavano
le frecce in spalla al dio adirato -... poi estrasse una
freccia - e un suono terribile venne dall'arco d'argento).
Dalle forme animali... il giardino dell'Eden: concetti e
termini tratti da Hillman, Presenze animali cit., p. 13 e p. 90.
Un cavallo ... un cavallo!: W. Shakespeare, Richard III;
trad. it. Riccardo III, Einaudi, Torino 2011, atto V, scena IV.
sincronicit: cfr. C. G. Jung, Riflessioni teoriche sull'essenza
della psiche (1954), in Opere, VIII, Boringhieri, Torino
1976, nota 114, p. 222-223 (Col termine sincronicit intendo,
come ho gi accennato altrove, la coincidenza - non troppo
rara a constatarsi - di dati di fatto soggettivi e oggettivi che
non pu essere spiegata, almeno con i nostri mezzi attuali,
in termini causali).
I suoi occhi ... erano felici: omaggio a W. B. Yeats,
Lapis Lazuli (1938); trad. it. Lapislazzuli, in Quaranta poesie,
Einaudi, Torino 1965, pp. 104-5 (Their eyes mid many
wrinkles, their eyes, - Their ancient, glittering eyes, are gay.
I loro occhi tra le molte rughe, i loro occhi, - i loro antichi,
scintillanti occhi, sono lieti).

Capitolo 10. I giusti
Non c' generazione ... che esercitano: cfr. J. L. Borges,
El Aleph (1949); trad. it. L'Aleph, a cura di T. Scarano,
trad. di F. Tentori Montalto, Adelphi, Milano 1998, pp. 120-21
(E fama che non v' generazione che non conti quattro
uomini retti che segretamente sorreggono l'universo e lo giustificano
davanti al Signore: uno di tali uomini sarebbe stato
il miglior giudice. Ma dove trovarli, se vivono sperduti per il
mondo e anonimi e non si riconoscono quando si vedono, e
se neppure essi conoscono l'alto ministero che esercitano?)
quattro: cos Borges, L'Aleph cit., ibid.
trentasei: cfr. Talmud, Sanhedrin 97!); Sukkah 45I);
altre fonti sui Zaddiqim Nistarim o Lamedvavnik nella tradizione
chassidica e in vari testi cabalistici tardi.
cinquanta: ipotesi fondata su Gn 18, 26 (Dixitque Dominus:
Si invenero Sodomae quinquaginta iustos in medio
civitatis, dimittam omni loco propter eos. Disse il Signore:
Se tra i cittadini di Sodoma trover cinquanta giusti,
per riguardo a loro perdoner tutta la citt).
no tiene ni anverso ni reverso: J. L. Borges, Laberinto
(1969); trad. it. Labirinto, in Elogio dell'ombra, a cura di
T. Scarano, Adelphi, Milano 2017, pp. 40-41 (Yno tiene ni
anverso ni reverso).
Un uomo che coltiva ... salvando il mondo: J. L. Borges,
Losjustos (1981); 1 giusti, in La cifra, trad. di D. Porzio, in Tutte
le opere, vol. 2, Mondadori, Milano 1985, p. 1229.
Il giovane assicuratore ... guscio verde: cfr. F. Kafka,
Die Verwandlung (1915); trad. it. La metamorfosi, Einaudi,
Torino 2014.
dalla pelle ambrata ... un po' selvaggia: D. Garnett,
Lady into Fox (1922); La signora trasformata in volpe, trad. di
S. Pareschi, Adelphi, Milano 2020, p. 15.
trovato colpevole ... che si voleva: A. Manzoni, Storia
della colonna infame, Sellerio, Palermo 1982, p. 12.
chi vuole persuadere ... eccetto l'uomo: cfr. Plutarco,
Del mangiare carne cit., p. 99 (.Mor., 992 C).
Pathei mathos: Eschilo, Agamennone, vv. 176-177.
Da tempo ... di lutto: concetti e termini ripresi da
J. Hillman e S. Ronchey, Il piacere di pensare, Rizzoli, Milano
2004, pp. 136-37 (Laddove invece, se  vero che esiste
un'anima mundi, se c' un'Anima del Mondo e noi ne facciamo
parte, allora ci che accade nell'anima esterna accade
anche a me, e io percepisco l'estinguersi delle piante: degli
animali, delle culture, dei linguaggi, dei costumi, dei mestieri,
delle storie. [...] E perci  naturale che la nostra anima
provi una sensazione di perdita, di solitudine, di isolamento,
di lutto e di nostalgia, e di tristezza).
questo universo ... tutte le sue parti: Plotino, Enneadi,
IV, 4, 32 (IlpwTOV TOLVUV &ETOV (JpOV SV 7tvT0C x wOC x
Z'jtq axou Kzpit/ov xSe x noiv elvoa, ^u7Jjv uxav r/ov
eie; Ttvxa axou [ipY). Va dunque posto anzitutto che questo
universo  un unico essere vivente, che contiene in s tutti
gli animali, avendo un'unica anima in tutte le sue parti).
se esiste ... anima interiore: cfr. Hillman e Ronchey,
Il piacere di pensare cit., pp. 136-37.
Tiotto tiotmx: Aristofane, Gli uccelli, vv. 830-836,
852-858.
Triot triot totobrx: Aristofane, Gli uccelli, v. 281.
Tuit-tuit-tuit. Giag-giag-giag-giag-giag-giag. Tiri:
T. S. Eliot, The Waste Land cit., in. The Pire Sermon, vv. 31-34;
cfr. n, A Game of Chess, vv. 23-27 (dove si allude al mito
della metamorfosi di Filomela, violentata dal cognato Tereo
e trasformata in usignuolo, mentre la sorella Procne  trasformata
in rondine).
spirito tremulo e sottile: G. B. Marino, LAdone, VII,
32-54 (il canto dell'usignolo, sirena dei boschi), 32 ( Ma
sovr'ogni augellin vago e gentile - che pi spieghi leggiadro il
canto e 'l volo - versa il suo spirto tremulo e sottile - la sirena
de' boschi, il rossignuolo),
cos rudemente forzata: Eliot, The Waste Land cit.,
v. 33; cfr. n, A Game of Chess, v. 24.
torceva ... la stessa melodia: cfr. Marino, L'Adone,
VII, 33 (Or la ferma, or la torce, or scema, or piena, - or la
mormora grave, or l'assottiglia, - or fa di dolci groppi ampia
catena, - e sempre, o se la sparge o se l'accoglie, - con egual
melodia la lega e scioglie).
in pi timbri... e lira: Marino, L'Adone, VII, 34 (Varia
stil, pause affrena e fughe affretta - ch'imita insieme e 'nsieme
in lui s'ammira - cetra flauto liuto organo e lira).

Capitolo 11. Marmi
Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia: Collodi,
Pinocchio cit.; la frase che qui si richiama (Ora immaginatevi
voi quale fu la sua meraviglia quando, svegliandosi,
si accrse che non era pi un burattino di legno: ma che era
diventato, invece, un ragazzo)  nel cap. XXXVI (Finalmente
Pinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un ragazzo).
certi ... con le proprie forze: cfr. E. Rostand, Cyrano
de Bergerac (1897); trad. it. Cyrano de Bergerac, a cura
di C. Bigliosi, Feltrinelli, Milano 2020, atto II, scena VIII,
pp. 132-33 (Et que faudrait-il faire? - Chercher un protecteur
puissant, prendre un patron - et, comme un lierre
obscur qui circonvient un tronc - et s'en fait un tuteur en
lui lchant l'corce - grimper par ruse au lieu de s'lever
par force? - Non, merci. E che dovrei fare? - Cercare un
protettore potente, - di un padrone farmi servente, - e come
un'edera scura che si avvince ad un tronco - e lo corteggia
leccandogli la corteccia, - arrampicarmi con l'astuzia invece
di elevarmi con la forza? - No, grazie).
fra i lupi della steppa: si richiama il titolo di H. Hesse,
Der Steppenwolf (1927); trad. it. Il lupo della steppa, Mondadori,
Milano 2006.
nelle botteghe color cannella: si richiama il titolo di
B. Schulz, Sklepy cynamonowe (1933); trad. it. Le botteghe
color cannella, Einaudi, Torino 2008.
la mente ... scimmia dei pensieri: cfr. la celebre immagine
usata nei discorsi del Buddha: Samyutta-nikya, a
cura di L. Fer, in Samyutta-nikya ofthe Sutta-pitaka, XII,
61, 8, Pall Text Society, Oxford University Press, London
1884-1904, vol. II, p. 95; trad. it. Samyutta-nikya. Discorsi
in gruppi, a cura di V. Talamo, Astrolabio, Roma 1998,
Seconda parte, Nidna-vagga, VII, 61, p. 241: Proprio come
una scimmia che erra nel folto di una foresta in declivio
e ora si aggrappa a un ramo, ora lo lascia e ne afferra
un altro, e poi un altro ancora, esattamente cos, o monaco
(bhikku), si muove ci che chiamiamo pensiero (cittam
iti), ci che chiamiamo mente (mano iti), ci che chiamiamo
coscienza (vinnqam iti)-, se i pensieri che impediscono
la meditazione sono un tema proprio dell'ascetismo globale,
incluso l'esicasmo cristiano-bizantino (cfr. K. Ware,
trad. it. La potenza del Nome. La preghiera di Ges nella spiritualit
ortodossa, Il Leone Verde, Torino 2000, che menziona
il capriccioso saltare di ramo in ramo delle scimmie
attribuendo questa frase, forse erroneamente, a Ramakrishna),
e se la mente inquieta  un tema nevralgico nel
pensiero indiano (Advaita Vednta), l'immagine della mente
paragonata a una scimmia perdura nel buddhismo cinese: si
consideri per tutti il romanzo di Dong Yue (1620-1686), Il
sogno dello scimmiotto (1640), trad. di P. Santangelo, Marsilio,
Venezia 1992, a sua volta ispirato al Viaggio in Occidente
di Wu Cheng'en (1500-1582), in cui il protagonista, il
monaco Xuanzang, tra mille peripezie va pellegrino in India
alla ricerca di testi buddhisti illuminanti; tra i suoi compagni
di viaggio c' lo Scimmiotto, demone-dio che incarna
l'archetipo dello smarrimento, dell'agitazione ininterrotta
che va sedata per ottenere il risveglio.
Non si tratta solo dei codici... nel volo delle api; liberamente
ispirato a Steiner, Di uomini e di bestie cit., p. 191.
chi ama pu fare qualunque cosa: si allude alla celebre
frase di Agostino, In Epistolam Joannis Ad Parthos Tractatus
Decem, 7, 8 (Dilige et quod vis fac. Ama e fa' ci
che vuoi),
Una ragione per morire ... una ragione per vivere ... sono
la stessa: si allude alla frase di Maometto diffusa nella
tradizione orale sufi.
non agire, ma non lasciare nulla di incompiuto:  il celebre
detto di Lao Tse (anche Lao Tzu, ultimamente ovunque
Laozi), cfr. Lao Tsu, in Tao Te Ching, a cura di A. S.
Sabbadini, Apogeo, Milano 2009, cap. 37, p. 297 (Il Dao
costantemente non agisce - eppure nulla rimane incompiuto.
- Se solo re e feudatari - fossero in grado di attenersi a
ci, - i diecimila esseri - spontaneamente si trasformerebbero.
- Si trasformerebbero - e, se desideri dovessero sorgere,
- li conterrei mediante la semplicit del senza nome. - La
semplicit del senza nome - li ricondurrebbe all'assenza di
desideri. - L'assenza di desideri  la pace: - il mondo spontaneamente
diverrebbe pacifico).
i capelli, le foglie e le piume degli uccelli sono un'unica
cosa: Empedocle, fr. 82 Diels-Kranz.
diverranno veggenti, poeti, medici e capi sulla terra, e
infine di immortali: Empedocle, fr. 146 Diels-Kranz.
Nell'uno tutto  difforme, nell'altro tutto si riunisce:
cfr. Empedocle, fr. 21, 7-8 Diels-Kranz (trad. di A. Tonelli).

Capitolo 12. La voce delle stelle
grande serpente ... al cucciolo: cfr. Virgilio, Georgiche,
I, 244-246 (Maxumus hic flexu sinuoso elabitur anguis - circum
perque duas in morem fluminos arctos, - arctos Oceani
metuentis aequore tingui. Con curve sinuose qui il grande
serpente - scorre insinuandosi come un fiume intorno e in
mezzo alle due orse, - le orse che temono di immergersi nelle
acque di Oceano),
la coda ... sproporzionata: il mito della proditoria seduzione
da parte di Giove e della trasformazione in orsa della
ninfa Callisto, della sua assunzione in cielo insieme al figlio
della colpa Arcade, catasterizzati rispettivamente in Ursa
maior e Ursa minor (o Boote), nonch dell'ira di Giunone,
che condann entrambe le costellazioni a non riposarsi mai,
 narrato da Ovidio in Metamorfosi, II, vv. 404-507 e in Vasti,
II, vv. 153-193, che si rif alla versione di Eratostene
(Catasterismi 1, 1), a sua volta desunta da un'opera frammentaria
di Esiodo (frr. 163-164 Merkelbach-West). Sull'anomala
lunghezza della coda, che il mito antico non spiega,  stato
invece l'umorismo dell'astronomo e matematico inglese
Thomas Hood (vissuto fra Cinque e Seicento) a inventare
una narrazione apocrifa, anche se circolante nella saggistica,
secondo cui Giove lanci l'orsa in cielo roteandola per la
coda cosicch questa si allung a dismisura.
lungo i curvi binari della volta oscura; omaggio a I. Calvino,
Palomar (1983), Mondadori, Milano 2016, p. 43.
Se una notte d'inverno ... un viaggiatore: si richiama
il titolo di I. Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore
(1979), Mondadori, Milano 2016.
la santa, ineffabile, misteriosa notte ... desolato e deserto:
pastiche da Novalis, Hymnen an die Nacht (1800), I,
vv. 38-43 (... wend ich mich - zu der heiligen, unaussprechlichen, -
geheimnifivollen Nacht. - Fernab liegt die Welt - in
eine tiefe Gruft versenkt, - wst und einsam ist ihre Stelle.
... mi volgo - verso la santa, ineffabile, - misteriosa
Notte. - Giace lontano il mondo, - sepolto in un abisso
profondo, - desolato e deserto  il suo spazio) e vv. 11-14
(Wie des Lebens innerste Seele - athmet es der rastlosen
Gestirne Riesenwelt. Come la pi profonda anima della
vita - la respira il mondo gigantesco delle insonni costellazioni);
trad. it. Inni alla notte. Canti spirituali, Feltrinelli,
Milano 2018, p. 61.
la grande orsa ... degli alberi: omaggio a Calvino,
Palomar cit., p. 41.
la notte del destino: Laylat al-Qadr, Corano, sura
97 (E chi potr farti comprendere cos' la Notte del Destino?
La Notte del Destino  migliore di mille mesi. In
lei discendono gli angeli e lo spirito, con il permesso del
loro signore, per fissare ogni decreto. E pace, fino al levarsi
dell'alba).
la Via Lattea ... carro del sole: credenza pitagorica riferita
da Aristotele, Meteorologia 3458, in Metereologica, in-
trod., trad. it. e note di L. Pepe, Guida, Napoli 1982, p. 56
(con riferimento alle fonti pitagoriche in nota); cfr. anche
Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, V, 23,2.
il latte denso ... tra scaglia e scaglia: omaggio a I. Calvino,
La distanza della Luna, in Le cosmicomiche (1965), Mondadori,
Milano 2016. p. 6.
Chi lo fa ... alla sua falce: cfr. R. E. Raspe, Baron
Munchausen's Narrative ofhisMarvellous Travels and Campaigns in
Russia (1785); trad. it. Le avventure del barone di Munchausen,
Bur, Milano 1978, pp. 52-54.
Guardate, ritornano! ... anime di sangue: E. Pound, The
Retum (1913), vv. 5-9,12-14,16,18; trad. it. Ritorno, in Opere
scelte, Mondadori, Milano 1981, pp. 78-79 (See, they return;
ah, see th tentative - Movements, and th slow feet, - The
trouble in th pace and th uncertain - Wavering! - See, they
return, one, and by one, - With fear, as half-awakened; - As
if th snow should hesitate - And murmur in th wind, - and
half turn back; - These were th Wing'd-with-Awe, - Inviolable.
- Gods of th wingd shoe! - With them th silver
hounds, sniffing th trace of air! - Haie! Haie! - These were
th swift to harry; - These th keen-scented; - These were th
souls of blood. - Slow on th leash, - pallid th leash-men!
Guarda, ritornano; - ah, guarda i movimenti - incerti e i piedi
lenti, - il passo trattenuto e il vago - ondeggiare! - Guarda,
ritornano, uno per uno, - con cautela, come a met svegli; - simili
a fiocchi di neve che esitano - e frusciano nel vento, - e
quasi ripiegano. - Erano loro gli Alati di Terrore, - inviolabili.
- Di dal calzare alato! - Con loro i segugi d'argento, - che
fiutano la pista del vento! - Haliali! Hallal! - Loro, i veloci
a razziare; - loro, dall'olfatto sottile; - loro, le anime di sangue.
- Lento il laccio, - pallido chi lo stringe!)
la follia degli umani... di musica: cfr. B. Spinoza, Etlica
more geometrico demonstrata (1677); trad. it. Etica. Dimostrata
con metodo geometrico, a cura di E. Giancotti, Editori
Riuniti, Roma 1988, p. 121 (Opinione quest'ultima che ha
provocato negli uomini un tale grado di follia da far loro credere
che anche Dio trae diletto dall'armonia).
gli uomini scorpione ... di Gilgames: cfr. L'epopea di
Gilgames, a cura di N. K. Sandars, Adelphi, Milano 1986,
pp. 124-25.
chiang-liang ... corpo di cane: cfr. J. L. Borges, Elli-
bro de los seres imaginarios (1957); trad. it. Il libro degli esseri
immaginari, a cura di T. Scarano, trad. di I. Carmignani,
Adelphi, Milano 2006, pp. 94-95 (Il chiang-liang ha testa di
tigre, faccia d'uomo, quattro zoccoli, lunghi arti e una serpe
fra i denti. Nella regione a ovest dell'Acqua Rossa abita
l'animale chiamato ch'ou-t'i, che ha una testa su ogni lato.
[...] Lo hsiao  come un gufo, ma ha volto d'uomo, corpo di
scimmia e coda di cane. [...] Lo hui delle montagne sembra
un cane con faccia di uomo),
ogni virt ... dei sapienti: cfr. Plutarco, Del mangiare
carne cit., p. 85 (Mor., 987 D) (Quale virt non esiste fra
gli animali in misura maggiore che nell'uomo pi sapiente?)
Spacca un legno ... la troverai: Vangelo di Tommaso, 77.
finch dura la terra: cfr. Gn 8, 22 (Cunctis diebus
terrae, sementis et messis, frigus et aestus, aestas efkiems,
dies et nox non requiescent. Finch dura la terra semi e
raccolti, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno).
...
.
...
FINE.